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GENERALI/ 3. Così la mossa di Geronzi smaschera la guerra del "salotto buono"

Pubblicazione:giovedì 7 aprile 2011

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Arriva come un “fulmine a ciel sereno”, a Mezzogiorno e pochi minuti, la notizia delle dimissioni di Cesare Geronzi dalla presidenza di Generali, la più grande realtà finanziaria (e non solo) italiana. Il grande “boss” della finanza, un allievo alla Banca d’Italia di Domenico Menichella, ha di fatto anticipato un voto di sfiducia che era stato preparato con firme pesanti, tra cui quelle dell’azionista di riferimento, cioè Mediobanca, sia dell’amministratore delegato, Alberto Nagel, sia del direttore generale, Francesco Saverio Vinci.

Il consiglio di amministrazione del Leone triestino, previsto nella sede romana alle dieci del mattino, è così slittato di alcune ore, con la presenza di Geronzi come presidente dimissionario. Ora, al di fuori delle metafore, si può dire che il “cielo non era affatto sereno”. Lo scontro tra l’amministratore delegato, Giovanni Perissinotto, e il vicepresidente di Generali, Vincent Bolloré, era stato ratificato nel consiglio di amministrazione del 16 marzo, quando il raider francese si era platealmente astenuto sul bilancio, facendo trapelare un’accusa di scorrettezza (se non addirittura di falso) nei confronti dell’amministratore delegato.

Ma detto questo, messa in conto anche l’aggressività di Diego Della Valle nei confronti del presidente, si può dire che il colpo di scena è venuto dagli uomini “nuovi” di Mediobanca, con cui Geronzi (anche quando era presidente di piazzetta Cuccia) non è andato mai d’accordo. C’è chi, tra gli osservatori, parla di vera e propria “vendetta”. A una prima visione storica, si può anche dire che Geronzi esca di scena come conseguenza di un mutamento della finanza italiana. Esce infatti di scena dopo Maranghi, Fazio e Profumo, cioè i protagonisti di un’era finanziaria italiana. Ma probabilmente, in questo caso, la vicenda è più complessa.


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