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PAGELLE/ Quei bei voti dell'Ocse che bocciano l'Italia

Pubblicazione:martedì 10 maggio 2011 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 11 maggio 2011, 16.41

Giulio Tremonti e José Angel Gurria, Segretario generale dell'Ocse, alla presentazione del Rapporto 2011 sull'Italia (Foto Ansa) Giulio Tremonti e José Angel Gurria, Segretario generale dell'Ocse, alla presentazione del Rapporto 2011 sull'Italia (Foto Ansa)

I rapporti dell’Ocse, organismo intergovernativo in cui i Governi nazionali hanno una forte voce in capitolo, devono sempre giungere a quella che il commediografo Edward Albee chiamava a delicate balance - un equilibrio molto delicato tra quanto intende dire lo staff dell’Organizzazione e quanto i Governi sono pronti a recepire e soprattutto a utilizzare anche per i loro fini interni. Ciò è tanto più vero se il Vicedirettore Generale e responsabile degli studi economici è stato il consigliere economico di un Presidente del Consiglio espresso da una parte politica ora all’opposizione.

Questa è una premessa essenziale per leggere e interpretare il documento sull’Italia appena presentato. È un rapporto “ineccepibile” tanto nelle diagnosi della crisi economica quanto nelle prescrizioni. È tanto “ineccepibile” da essere meno utile di quel che sarebbe potuto essere se fosse stato non dico guascono, ma almeno più franco e diretto. Specialmente per quanto riguarda le politiche di crescita e sviluppo che il rapporto vede in gran misura agganciate alle politiche di liberalizzazione. Non che tali politiche non siano essenziali. Lo sono. E come! Lo documenterà tra pochi giorni il Nono Rapporto di Società Libera. Da sole, però, avranno effetti limitati.

Ma andiamo con ordine, soffermandoci, in primo luogo, sul breve periodo. Le previsioni dell’Ocse sono più ottimistiche di quelle di molti altri organismi internazionali o istituti di ricerca economica: la crescita dell’Italia sarebbe dell'1,2% nell’anno in corso, ma dell’1,6% il prossimo. Il modello econometrico Multimod utilizzato a Chateau de la Muette, sede parigina dell’Organizzazione, è della stessa famiglia di quelli del Fondo monetario e della Commissione europea; si basano tutti sul modello Link costruito dal Premio Nobel Lawrence Klein. L’aumento è significativamente superiore alla media di quelli diramati il 7 maggio dai venti maggiori istituti econometrici internazionali (1% per il 2011 e 1,2% per il 2012).

Più importante dello scarto è che se le stime Ocse si realizzeranno si sfaterà la conclusione raggiunta non molto tempo fa da Commissione europea e da Banca centrale europea (Bce) secondo cui il tasso naturale potenziale di crescita dell’economia italiana si aggira sull’1,3% l’anno. Ciò vuol dire che il programma di riforme in parte realizzato (previdenza, normativa sul lavoro) e in parte appena iniziato (scuola, università, pubblica amministrazione) sta dando già alcuni frutti. Tuttavia, scavando più a fondo, si constatata che le stesse determinanti strutturali della società e dell’economia italiana che hanno tenuto il Paese al riparo dagli effetti più gravi della crisi finanziaria sono quelli che si pongono come freni a una politica di crescita. L’Ocse avrebbe fatto bene a dirlo più apertamente.


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