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PAGELLE/ Quei bei voti dell'Ocse che bocciano l'Italia

Pubblicazione:martedì 10 maggio 2011 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 11 maggio 2011, 16.41

Giulio Tremonti e José Angel Gurria, Segretario generale dell'Ocse, alla presentazione del Rapporto 2011 sull'Italia (Foto Ansa) Giulio Tremonti e José Angel Gurria, Segretario generale dell'Ocse, alla presentazione del Rapporto 2011 sull'Italia (Foto Ansa)

In primo luogo, una demografia anziana - il 20% della popolazione ha più di 65 anni, l’età media dei lavoratori dipendenti è attorno a 45 anni - fa sì che i risparmiatori italiani (il tasso di risparmio delle famiglie è ancora elevato, il 12% del reddito disponibile) venga collocato in investimenti “che non danno pensiero”, quasi sempre alla scopo di integrare le pensioni, e non in intraprese innovative (ma, quindi, anche rischiose). Sono anziani anche funzionari, dirigenti e manager di banche e finanziarie; la loro cautela ci ha tenuto al riparo dai nodi venuti al pettine nel 2007-2010, ma non suggerisce che siano pronti ad abbracciare una strategia finanziaria attiva in supporto di una più aggressiva politica di sviluppo.

Il silenzio dell’Ocse in materia di politica per la famiglia e per promuovere la crescita demografica è, francamente, assordante. È tema per alcuni poco politically correct in epoca di forme alternative di matrimonio o anche di matrimoni sequenziali e famiglie plurime. Ma se non si affronta questo nodo non si fa politica di sviluppo di respiro e a lungo termine. Demografia anziana vuol anche dire corporazioni che si difendono dall’ingresso di altri (in primo luogo i giovani) nei loro “giardinetti”: eloquenti gli studi di Andrea Mattiozzi (California Institute of Technology) e Antonio Merlo (University of Pennsylvania) sulla “mediocrazia” del sistema corporativo italiano, analogo a quello giapponese (la cui economia ristagna da oltre un decennio) nel chiudersi a generazioni nuove e innovative. La cancellazione del progetto di legge sulle tariffe minime per gli avvocati e l’accordo sui taxi a Roma (fortunatamente saltato perché contestato da Antitrust e Tribunali) dovrebbero essere i primi, immediati segnali di una svolta per lo sviluppo.

Il sistema industriale, inoltre, ha retto bene alla crisi grazie alla flessibilità di “distretti” o di “imprese-rete” articolati su aziende di piccole (spesso minuscole) dimensioni. Sono in grado di diventare il grimaldello per lo sviluppo? La piccola dimensione d’impresa è un ostacolo al miglioramento della “catena del valore” (ossia come ci si organizza per aumentare il valore di ciò che si produce) sul tipo di quella realizzata Oltre Reno - il “Rapport Beffa” francese alcuni anni fa lo ha detto a chiare note all’Eliseo - negli ultimi 20 anni (l’accordo Volkswagen può essere preso come spartiacque): mentre Francia, Italia, Spagna e altri scorporavano i servizi dal manifatturiero (tramite varie forme di outsourcing), in Germania le imprese accentuavano l’integrazione dei servizi nel manifatturiero. Strategia che è risultata vincente e ha permesso sia economie di scala, sia internazionalizzazione di esternalità tecnologiche, mentre sovente l’outsourcing ha portato i servizi scorporati nel labirinto poco efficiente della regolazione di competenza di enti locali.


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