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FINANZA/ 1. La "nuova" Cina mette fuorigioco gli Usa

Barack Obama e Hu Jintao (Foto Ansa) Barack Obama e Hu Jintao (Foto Ansa)

Anche perché altri fattori stanno creando le condizioni per un rafforzamento dello yuan. Nonostante, infatti, il segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner, continui a dire che un dollaro forte è nell’interesse degli Usa, la cosa più probabile è che il biglietto verde continui a scendere nei prossimi anni, proprio per la pressione che Washington sta mettendo sulla Cina affinché rivaluti lo yuan. Se la divisa cinese si apprezzasse del 5-7% contro il dollaro nei prossimi cinque anni, cosa che molti analisti si attendono, il biglietto verde è destinato a scendere del 20-30% sugli indici basati su un paniere di valute. E questo non solo per l’impatto diretto dello yuan su questi indici, ma perché un rafforzamento della divisa cinese avrebbe un effetto a catena sui competitor commerciali, sui partner in Asia e sugli altri grandi mercati emergenti, che a quel punto sarebbero più disponibili a far rivalutare le loro monete.

Aggiungete a questo la correlazione creatasi tra euro e yuan - che spesso si sono mossi in tandem negli scorsi anni - e l’impatto positivo della crescita economica cinese sui dollari australiano e canadese e appare davvero difficile difendere l’argomentazione a favore di un dollaro forte sposata da Tim Geithner. «La gente parla da tempo della debolezza del dollaro, ma vi assicuro che non abbiamo ancora visto niente del genere al riguardo», assicura Douglas Borthwick, direttore del Faros Trading di Stamford, secondo cui «la prospettiva è quella di un dollaro a 1,50 sull’euro in breve tempo, con la possibilità di salire ancora non appena lo yuan sarà rivalutato». Nonostante la scorsa settimana il dollaro abbia conosciuto una ripresa, mandando l’euro ai minimi da marzo, questa crescita viene definita di brevissimo termine dagli analisti, visto che comunque dall’inizio dell’anno il biglietto verde ha perso il 6% contro l’euro. E le implicazioni che un dollaro debole porta con sé sono molteplici e toccano sia l’economia Usa che quella globale.

Se da un lato renderebbe i costi della manifattura Usa più competitivi, dall’altro aumenterebbe i costi delle importazioni, con un potenziale effetto di contrazione per consumatori ed esercenti. Renderebbe più economico per i turisti stranieri visitare gli Usa e comprare proprietà immobiliari americane, ma aggraverebbe i costi per gli statunitensi che intendono andare all’estero. Il problema è che se il declino del dollaro fosse troppo rapido, l’inflazione potrebbe salire, mentre la Cina e altre nazioni ridurranno la loro posizioni sui Treasuries, atto che potrebbe innescare un innalzamento dei tassi d’interesse Usa e della “bolletta” del debito da pagare. Nelle ultime due settimane, i mercati hanno cominciato ad alimentare speculazioni riguardo una potenziale presa meno ferrea della Cina sullo yuan. Le aspettative in tal senso sono cresciute dopo che il Tesoro Usa ha dichiarato, basandosi su commenti di funzionari cinesi durante colloqui di alto livello, che la seconda economia mondiale ora intende applicare l’apprezzamento della sua moneta come parte della strategia anti-inflazionistica.

Pechino, infatti, ha già permesso un apprezzamento dello yuan nelle scorse settimane, pari allo 0,9% contro il dollaro e del 5% da quando la Cina ha slegato la sua moneta dal peg biennale con il dollaro lo scorso giugno. Da quando poi lo yuan ha ricevuto il via libera per essere trattato entro una banda più ampia nel 2005, la crescita rispetto al dollaro è stata del 27%. Ma un altro elemento che spiega la debolezza del dollaro, al di là dello yuan, è il cambiamento dell’impatto del suo valore rispetto ad altre monete. Alcuni analisti hanno cominciato a mettere sullo stesso piano la crescita di yuan ed euro, parzialmente a causa del fatto che il tasso di cambio dollaro/yuan è stato strettamente correlato con il dollar index, la cui componente maggiore è proprio in euro, con il 58,6%. Le altre componenti sono lo yen (12,6%), la sterlina (11,9%), il dollaro canadese (9,1%), la corona svedese (4,2%) e il franco svizzero (3,6%).