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NUCLEARE/ Dal Vajont ai raggi x, i mille tabù che frenano le centrali

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Va anche detto che la localizzazione delle centrali non dipende da scelte politiche, ma da rigidi criteri tecnici, a cominciare dall’assenza di sismicità (da questo punto di vista, la localizzazione ideale sarebbe la Sardegna). In ogni caso, margini di rischio di sicurezza ci sono per qualunque impianto: non bisogna mai dimenticare che uno degli incidenti più rilevanti in assoluto relativi a una centrale di produzione di energia elettrica è stato il Vajont, che ha causato la morte di 1.700 persone.

Quanto al problema delle scorie, occorre considerare due aspetti. Il primo è che la ricerca sta procedendo alla fattibilità dei reattori di cosiddetta quarta generazione, che utilizzeranno le scorie stesse come combustibile, chiudendo così il ciclo. Oggi, il 60% delle scorie viene riprocessato e riutilizzato, mentre quello che rimane viene vetrificato e collocato in siti sicuri, ma accessibili, in vista del loro utilizzo futuro.

Nel dibattito su questo tema, tuttavia, si finge però di non vedere una questione essenziale: ogni giorno noi produciamo scorie nucleari, e non solo per gli impianti nucleari che non possiamo spegnere, ma soprattutto da apparecchi sanitari. Si tratta di scorie cosiddette di secondo livello, ovvero con minore carica e di durata inferiore, ma comunque assai lunga. Per dare una dimensione a questo problema, basti dire che le scorie da sanità che tratta l’Autorità per la sicurezza nucleare francese è circa il 10% del totale, in un Paese in cui sono attive 58 centrali nucleari!

Se siamo contro le scorie, allora dobbiamo decidere anche di sospendere tutte quelle attività sanitarie che ci consentono di non morire subito a fronte di un eventualissimo e remoto rischio futuro, come raggi x, risonanza magnetica, tac, pet, ecc.


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