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FINANZA/ Quanto e a chi costerà salvare ancora la Grecia?

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Limitandoci alle due soluzioni più discusse, quindi, la discriminante è solo “chi paga”. Dal mio punto di vista liberista (termine purtroppo abusato e snaturato al pari di “liberale”) non avrei dubbi: la responsabilità del debitore è rivolta ai creditori, che a loro volta traggono i dovuti vantaggi (interesse) dall’aver prestato i propri capitali, quindi siano i finanziatori della Grecia a subire i costi di una sorta di “concordato preventivo”.

Ritengo che debba essere valido un principio in qualche modo “contrattuale” che interiorizza anche aspetti morali: così come il creditore “privatizza” gli utili dell’operazione (è l’unico a godere dei relativi interessi), gli eventuali costi - che fanno parte del rischio tipico dell’operazione stessa - devono essere “privati”, e non è quindi accettabile mutare le posizioni in modo asimmetrico, come nel caso degli aiuti comunitari, in cui il solo costo viene “socializzato”. Questa è anche una condizione necessaria perché il mercato funzioni e i prezzi abbiano un valore economico. D’altra parte, se i creditori stessi non credono al risanamento, chi altri dovrebbe crederci?

Tra le due, la ristrutturazione è la soluzione più corretta; l’altra soluzione deve esser letta come un tentativo di proteggere (alcuni) creditori, quindi ha motivazioni politiche, ma non economiche. Ma, dicevo, esistono altre soluzioni in buona parte ignorate.

3) La svalutazione reale è un meccanismo sempre all’opera attraverso l’inflazione dei prezzi, che riduce appunto il valore reale dei debiti (per il caso italiano esistono addirittura proposte di inflazione al 10%, giustamente stigmatizzate, per permettere il rientro nei parametri di Maastricht). Avendo ceduto la sovranità monetaria, la Grecia non può inflazionare nella misura necessaria. Potrebbe ottenere lo stesso risultato con l’uscita dall’Eurozona, perché una qualsiasi nuova dracma (che non sarà certo l’antico elettro della Lidia) sconterebbe immediatamente i rischi sul debito cedendo almeno un terzo del suo valore in termini di valuta estera; se il debito estero reale si riducesse, salirebbe però il valore reale dei relativi interessi, e le prospettive di inflazione dei prezzi (causate dall’aumento dei prezzi all’importazione e del pericolo di monetizzazione del debito da parte della Banca Centrale ellenica) causerebbero ulteriori rivendicazioni di rendimenti più elevati. L’uscita dall’euro è quindi un’opzione fin troppo pericolosa, oltre a essere giuridicamente impraticabile a meno della contemporanea uscita anche dall’Ue. Esistono modi meno cruenti di suicidarsi, insomma.

4) L’austerity è un’opzione che, a un certo momento, era pure sembrata come già accettata. Si tratta della riduzione dello Stato, sia come sua presenza diretta nell’economia (vendendo asset ed enti - le cosiddette “privatizzazioni”) che come qualità e quantità dei servizi forniti. In termini semplici, lo Stato spende meno, eliminando così stimoli ad alcuni settori e riducendo pure lo Stato sociale. Eziologicamente questa è la soluzione più appropriata, perché va direttamente alle cause della dinamica insostenibile della spesa, che alimenta il debito pubblico, ed è l’unica vera soluzione “positiva” che può avere carattere strutturale (benché connotati congiunturali possano ben essere presenti, come “moratorie temporanee di spesa” o “balzelli fiscali” con il solo fine di scavalcare il periodo di turbolenza). In fondo si tratta del comportamento tenuto da un qualsiasi debitore che intenda onorare i propri debiti: rivedere il proprio standard di vita almeno in attesa di una ripresa dei propri redditi.


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COMMENTI
20/05/2011 - austerity ovvero spending review (antonio petrina)

Ogni commento alle varie ricette è il seguente: "lo Stato spende meno, eliminando così stimoli ad alcuni settori e riducendo pure lo Stato sociale" ovvero austerity ( rectius: spending review), una politica made english da attuare a livello europeo d'ora in poi, agganciando la ripresa !