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FINANZA/ Quanto e a chi costerà salvare ancora la Grecia?

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Come ho già sostenuto su queste pagine, un tale tipo di “riforma” dei piani di spesa è quanto sta permettendo all’Italia di venir solo lambita dalla crisi debitoria della “periferia” europea. È chiaro che tale soluzione venga osteggiata dalle “parti sociali” - benché debba esser chiaro che almeno parte di loro ha goduto fino a oggi di standard di vita superiori alle proprie possibilità - e la sua attrattiva politica è pertanto molto bassa; in effetti la parte più consistente delle proposte di austerity greca passino dalla vendita di asset.

5) Il fallimento è una soluzione, diciamo la soluzione finale, che si cerca di evitare attraverso le altre già presentate. In concreto il fallimento (o default, per non confonderlo con il termine giuridico) è il riconoscimento dell’insolvibilità di un credito, per cui viene dichiarato “inesigibile”, dato per perso, cancellato in tutto o in parte (haircut). Il danno reputazionale è enorme, perché lo stigma di fallito non può che riflettersi in più alti premi al rischio (e quindi tassi) pretesi dai futuri finanziatori.

In realtà, nella misura in cui si può contare nel rapido recupero di credibilità permesso dal cambio di esecutivo e Parlamento, e in forza della avvenuta cancellazione di parte del debito, questa soluzione può avere una sua appetibilità politica ed economica (e questo risulta anche da vari lavori accademici). Anche questa è, in effetti, una soluzione di mercato, dove chi si è lanciato in un’operazione con una controparte più o meno “rischiosa” trae i relativi vantaggi (interessi più o meno alti), ma subisce anche i conseguenti oneri (perdite in conto capitale).

D’altra parte, gli interessi incorporano un premio per il rischio di controparte che, appunto, probabilisticamente ripaga del costo in termini di inesigibilità del credito; chi si avvantaggia di questo, come già detto nel caso della ristrutturazione, non può che scontarne la relativa contropartita. Chi si oppone a questa soluzione sono gli stessi, e per gli stessi motivi, del caso della ristrutturazione.

Come già detto, è ben probabile una “sesta via” come combinazione delle precedenti: in parte austerity, in parte aiuti, in parte ristrutturazione e in parte fallimento (in forma di haircut); l’uscita dall’euro mi pare da escludere. Il peso relativo delle alternative resta un fatto del tutto politico: se si volesse agire in modo coerente con le dinamiche del dissesto e nel rispetto (o in restaurazione) dei principi di responsabilità, dovremmo passare per una significativa riduzione dello Stato bilanciata in parte con rinunce da parte dei creditori (haircut e ristrutturazioni a loro carico); temo invece che gli aiuti (rafforzati però con una forma di “commissariamento”) faranno la parte del leone.

 

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COMMENTI
20/05/2011 - austerity ovvero spending review (antonio petrina)

Ogni commento alle varie ricette è il seguente: "lo Stato spende meno, eliminando così stimoli ad alcuni settori e riducendo pure lo Stato sociale" ovvero austerity ( rectius: spending review), una politica made english da attuare a livello europeo d'ora in poi, agganciando la ripresa !