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SCENARIO/ 1. Bertone: c’è un “freno” che può riportarci in crisi

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Negli ultimi due anni, una parte dell’economia italiana ha ripreso a correre sull’onda della domanda del cliente tedesco e grazie al forte recupero della domanda in settori, vedi l’industria del lusso, in cui eccelle il made in Italy. Oggi, certe previsioni vanno riviste verso il basso: è inevitabile che i negozi di Ginza, costretti a spegnere le luci alle sette di sera per il razionamento dell’energia ancora in atto a Tokyo, non possano registrare gli stessi fatturati di un anno fa. Qualche nuvola, insomma, si affaccia sull’orizzonte dei mercati azionari, proprio alla vigilia del mese che vedrà l’esordio di Prada sul listino di Hong Kong e di Ferragamo a Milano.

Ma le vere preoccupazioni, a proposito di mercati finanziari, riguardano gli aumenti di capitale delle grandi banche, a partire da Intesa, per quanto riguarda l’Italia. Il rafforzamento patrimoniale delle istituzioni del credito è un passaggio chiave nella strategia per il risanamento dei debiti sovrani, detenuti in larga misura nei forzieri delle banche tedesche, francesi, ma che minacciano di colpire anche la salute del sistema italiano.

Di tutto questo dovrà tener conto l’Unione europea, alle prese con un dilemma sempre più pressante: da una parte urge affrontare con la massima determinazione il nodo dei debiti sovrani. Ma guai a esagerare con il rigore in una situazione economica ad alto rischio, in cui il rafforzamento dell’euro potrebbe dare il colpo di grazia alle speranze di ripresa. I margini di manovra comunque, sono davvero stretti.

Non aiuta, infine, l’“affaire Dsk”, cioè le dimissioni forzate del direttore generale del Fondo monetario internazionale. Un duro colpo per il residuo prestigio europeo. E una buona occasione per Paesi come il Brasile o la Turchia per prendersi una rivincita nei confronti di un’istituzione che, fino a dieci anni fa, ha dettato le linee della politica economica di Paesi allora carenti di capitali. Non è per niente scontato che il “nuovo” Fmi, potenziato dalle risorse di India e Cina e altri Bric, sia così sensibile alle richieste di aiuto della periferia d’Europa, alle prese con i debiti sovrani.

Questa la situazione alla vigilia del giro di boa di metà anno, quello che dovrebbe segnare la fine della politica d’emergenza della Federal Reserve, ovvero l’avvio del rientro dalle agevolazioni del quantitative easing. In realtà, gli umori vanno in una direzione opposta. La sensazione è che il rischio di ricadere in recessione e deflazione sia più sentita a Washington che la minaccia dell’inflazione, nonostante l’alto livello del petrolio. Anche perché, pur tra alti e bassi, la macchina Usa si è rimessa in moto: la tecnologia, come dimostra il successo dell’Ipo di Linkedin piuttosto che il blitz di Microsoft su Skype, continua a far da traino a un sistema che ha in cassa la maggior liquidità della sua storia.