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IL CASO/ L’inutile bufala dietro al referendum sull’acqua

C’è un grande equivoco, spiega CARLO STAGNARO, riguardo il referendum sull’acqua: in Italia l’acqua non è mai stata privatizzata. Anche se l’Ocse ci chiederebbe di farlo

Foto Ansa Foto Ansa

Con la creazione dell’Autorità per l’acqua i referendum perdono senso? In un certo senso, sì; in un altro, non ce l’hanno mai avuto. Nella pratica, è corretta l’analisi del sottosgeretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, secondo cui “il referendum non sarà superato legalmente, ma lo sarà nei fatti”.

Uno dei principali limiti dell’impostazione disegnata dal decreto Ronchi, infatti, stava proprio nell’assenza di un regolatore incaricato di determinare le tariffe. Queste venivano lasciate alla sostanziale discrezionalità dei sindaci (rappresentati nelle Autorità d’ambito territoriale ottimale), che potevano essere tentati di assegnare alle ragioni della politica - tenere i prezzi i più bassi possibili - un peso specifico maggiore rispetto a quelle dei numeri.

Naturalmente, per esprimere una valutazione occorrerà attendere e vedere come l’Autorità verrà strutturata: quali poteri avrà sulla carta e se avrà le risorse (umane e finanziarie) per svolgere correttamente il proprio lavoro. In ogni caso, il potenziamento del Conviri - o, con lo stesso risultato e forse qualche garanzia in più, l’assegnazione delle competenze sull’acqua all’Autorità per l’energia - contribuisce a dare maggiore coerenza e robustezza al quadro regolatorio. E a far venir meno alcune delle preoccupazioni che hanno mosso i sottoscritori dei quesiti referendari in programma per i prossimi 12-13 giugno.

Sullo sfondo, però, permane un grande equivoco: checché ne pensino tutti quelli che in buona fede hanno firmato, in Italia l’acqua non è mai stata privatizzata. Non lo è stata in quanto sia la risorsa idrica, sia le infrastrutture - tubi, pompe, potabilizzatori, depuratori, fogne, ecc. - sono e resteranno pubbliche. Ai privati viene offerta la possibilità di entrare nella gestione del settore, e fare gli investimenti necessari, traendone una “congrua remunerazione”.

Ciò accade sulla base dell’aspettativa che essi abbiano maggiori competenze tecniche e disponibilità finanziarie rispetto alle loro controparti pubbliche, che sono generalmente sottodimensionate e sempre troppo influenzate dai politici che ne nominano gli amministratori e ne decidono, in ultima analisi, le condizioni di equilibrio finanziario. Questo limite, peraltro, verrebbe ingigantito se passasse il secondo quesito referendario, quello che - sottraendo la remunerazione del capitale investito dalle voci ribaltate in tariffa - sposterebbe di fatto gli oneri finanziari sulle spalle dei Comuni.


COMMENTI
26/05/2011 - ...in caso di gestori pubblici virtuosi... (fred doolet)

"Con il Decreto Ronchi, l’affidamento in house diventa una eccezione e resta possibile solo se si dimostra all’Antitrust che la società affidataria ha chiuso il bilancio in attivo e applicato una tariffa inferiore alla media del settore. Il regolamento prevede dei precisi indici per l’affidamento: * chiusura del bilancio in attivo; * reinvestimento nel servizio di almeno l’80% degli utili; * applicazione di una tariffa inferiore alla media del settore; * raggiungimento di costi operativi medi annui con un’incidenza sulla tariffa che si mantenga al di sotto della media del settore. Con il decreto Ronchi l’Italia si è allineata alla normativa comunitaria evitando, come avvenuto in passato, di incorrere in procedure di infrazione per illegittimi affidamenti." (fonte: http://www.acqualiberatutti.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10)

 
23/05/2011 - mi chiedo (francesco taddei)

se un comune gestisce bene il servizio idrico (cioè senza indebitarsi e con una rete integra, ce ne saranno pure in italia uno o due) per quale motivo dovrebbe affidare tale servizio ai privati?