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Economia e Finanza

INDAGINE/ Istat, l’Italia e la sindrome del gambero

Ieri è stato presentato il Rapporto annuale 2010 dell’Istat sulla situazione dell’Italia. GIUSEPPE PENNISI ci aiuta a capire quali sono gli spunti più importanti che se ne possono trarre

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A una prima lettura, il Rapporto annuale dell’Istat sulla situazione del Paese lascia spiazzati numerosi cronisti economici: per quanto riguarda il breve termine, infatti, il documento conferma ciò che molti sapevano e scrivevano da tempo. Da un lato, l’Italia è tecnicamente uscita dalla recessione, ma sotto il profilo sociale gli effetti di trascinamento si presentano pesantissimi tramite una catena di trasmissione che dal mondo del lavoro arriva alle famiglie, che per sopravvivere hanno eroso il risparmio, portandolo al 9,1% del reddito disponibile, il livello più basso dall’inizio degli anni Novanta.

La recessione ci ha portato indietro di dieci anni e con gli attuali ritmi ce ne vorranno sei-sette per recuperare la produzione e il reddito perduto. In due anni, due milioni e mezzo di giovani hanno perso il lavoro. Oggi circa un quarto della popolazione è a rischio di povertà o di esclusione sociale. I salari ristagnano ed è difficile preconizzarne un aumento perché, nonostante il leggero recupero di produttività, l’indice resta al di sotto del livello del 2000.

Ci sono alcuni segnali incoraggianti, principalmente la ripresa sia della produzione industriale, sia, soprattutto, degli ordinativi per il manifatturiero, indicazione non solo che le imprese manifatturiere italiane hanno resistito comparativamente bene alla crisi finanziaria e a quella dell’economia reale nell’area Usa-Ue, ma è che su di esse che occorre porre l’accento nel quadro di qualsivoglia “exit strategy”.

Un’indicazione importante in una fase in cui alcune sirene hanno ripreso a inneggiare alla “new economy” o “net economy” di cui nessuno può disconoscere i vantaggi (in termini di riduzione di costi di transazione e di abbattimenti di quelli di tempo e di spazio), ma che rappresenta una leva di sviluppo unicamente se ben integrata nel resto dell’economia (manifatturiero, servizi e, soprattutto, pubblica amministrazione).

Non mancano - e come potrebbero mancare! - le preoccupazioni sullo Stato e sulle prospettive della finanza pubblica, specialmente sul livello raggiunto dal nostro stock di debito pubblico rispetto al flusso di beni e servizi prodotti ogni anno dal Paese (il Pil). Il rapporto Istat è stato scritto e stampato settimane prima della diramazione delle previsioni negative di Standard & Poor’s sull’Italia, ma, scavando tra le sue pagine, si avvertono le medesime preoccupazioni degli analisti di S&P’s: se non acceleriamo la crescita, e se lo stallo politico la frena o le fa addirittura fare marcia indietro, la percezione (giusta o sbagliata che sia) del “rischio Italia” aumenta con tutte le implicazioni che se ne possono trarre.

La settimana scorsa il rapporto del Centro Europa Ricerche lo aveva detto a tutto tondo; due settimana fa una lettura attenta delle analisi mensili dei 20 maggiori istituti internazionali di analisi previsionale econometrica (tutti privati, nessuno italiano) lo aveva anticipato. Si stupiscono, quindi, quei cronisti economici che già sabato 21 maggio si sono meravigliati delle analisi di S&P’s e che oggi esprimono ancora volta sorpresa. Ma era tutto già nelle carte; avrebbero fatto bene a leggerle.