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ALITALIA/ I dati che mandano a picco Colaninno e soci

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Pochi giorni dopo l’uscita di Fingen è stata presentata la relazione trimestrale di Atlantia, la società autostradale dei Benetton, che ha investito 100 milioni in Alitalia. Nel documento c’è questo passaggio: “In relazione alle persistenti perdite maturate dalla partecipata Alitalia e al deterioramento di alcuni fattori operativi, in occasione del bilancio intermedio al 30 giugno 2011 sarà aggiornata la stima del valore della partecipazione e saranno rilevati i conseguenti riflessi in bilancio”. Ciò, oltre a significare che ci sarà una svalutazione della quota detenuta in Alitalia, mi sembra essere una critica forte alla sua gestione e non solo ai risultati economici.

 

Secondo lei, date queste difficoltà e in vista della scadenza del lock up nel 2013, il futuro di Alitalia sarà ancora italiano?

 

Non credo, o almeno non con questi soci. È solo questione di tempo: Alitalia avrà bisogno di una ricapitalizzazione, anche perché fa fatica a fare investimenti, non sta espandendo la flotta come gli altri principali vettori. E se la compagnia avrà bisogno di liquidità e i soci non saranno in grado o non vorranno tutti rimettere mano al portafoglio (e non mi pare che ne abbiano intenzione dato che la quota Fingen non l’ha voluta comprare nessuno, ma l’ha dovuto fare Banca Intesa che è un po’ il garante “politico” dell’operazione), a quel punto Air France potrebbe invece farlo, portando la sua quota oltre il 25%. Questo potrebbe anche accadere prima della scadenza del lock up. C’è però un’altra eventualità.

 

Quale?

 

È un discorso ancora acerbo, ma resta sempre una possibilità: che quel nuovo fondo che è stato fatto intravvedere attraverso la Cassa depositi e prestiti per l’intervento in Parmalat, che poi non si è concretizzato, possa essere creato e poi magari utilizzato anche per Alitalia. In questo caso ci sarebbe un ritorno dello Stato nel capitale, cioè un fallimento del progetto Cai per come è stato concepito.

 

In un’intervista ad Affari&Finanza il presidente di Alitalia, Roberto Colaninno, ha lasciato intendere che accoglierebbe un intervento del genere non per coprire le perdite, ma in un’ottica di investimento orientato allo sviluppo a lungo termine.

 

È vero, ma non dobbiamo dimenticare che la storia dell’economia italiana (basta pensare alle vicissitudini dell’Iri) ci insegna che, salvo casi di imprese già fallite e decotte, quando ci sono delle difficoltà e si chiede l’intervento dello Stato questo viene sempre giustificato come una prospettiva di investimento e di sviluppo, quando in realtà il problema è solo di garantire la continuità e la stessa sopravvivenza dell’azienda.

 

Dall’inizio dell’anno si rincorrono voci e smentite su una possibile partnership o addirittura una fusione tra Alitalia e Meridiana. Cosa ne pensa?


COMMENTI
25/05/2011 - Come volevasi dimostrare... (Guido Gazzoli)

Davevro c'è ben poco da dire...se poi si sapessero anche le cose che accadono all'Interno di CAI ( non fatemela chiamare Alitalia)...beh allora c'è proprio da dire che continuare a sostenere un'operazione come quella che è iniziata tre anni fa è proprio impossibile... Guido Gazzoli