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SCENARIO/ Pelanda: perché Tremonti non gioca il "jolly" contro il fallimento?

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Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi (Imagoeconomica)  Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi (Imagoeconomica)

Vero. Ma è anche vera l’analisi dell’agenzia, così semplificabile: se non c’è crescita del Pil, attraverso riforme stimolative, il rigore da solo non basta a riequilibrare il bilancio ed a rendere sostenibile il debito. Da un lato, L’Italia ha un jolly di riserva: l’area di evasione fiscale è ancora molto elevata e se fosse ridotta le entrate aumenterebbero contribuendo parecchio al pareggio di bilancio senza bisogno di tagli traumatici. Infatti l’unica azione attiva di Tremonti dal 2008 è stata quella di aumentare la capacità di riscossione del fisco, il resto azione passiva, cioè tagli di bilancio senza cambiamenti di modello. D’altro lato, tale politica implica il lasciare le tasse ad alti livelli, tali in Italia da disincentivare nuovi investimenti nelle imprese e deprimere i consumi, e così pregiudicare la crescita. Minima infatti, proiettata verso la stagnazione e, più a lungo termine, così insufficiente da far temere la deindustrializzazione, già iniziata nel Nord.
In conclusione, la politica del governo ci porterà a reggere il debito via riequilibrio di bilancio ottenuto con un mix di tagli e più polizia fiscale, ma manterrà il modello economico troppo carico di tasse e vincoli che deprimono la crescita. Inaccettabile. C’è una soluzione dove si possa rafforzare la credibilità del nostro debito ed allo stesso tempo tagliare le tasse? Certo: abbattere una parte del debito vendendo patrimonio. Tale mossa sorprenderebbe in positivo il mercato, ridurrebbe il costo degli interessi debitori annui e permetterebbe la riduzione delle tasse pur perseguendo il rigore. Tremonti deve spiegarci perché non tenta questa azione salvifica, liberatoria.

www.carlopelanda.com




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COMMENTI
25/05/2011 - cui prodest? (Andrea Trombetta)

Tanto sintetica, quanto realistica l'analisi di Pelanda. Posto che la lotta all'evasione non è solo una questione di pareggio di bilancio, ma anche di equità sociale, la domanda sul perché il Governo non alieni parte del patrimonio per ridurre il debito coincide con la domanda relativa al perché non si tagli la ben nota parte improduttiva dei costi della politica (ministri, parlamentari, consiglieri, assessori, etc.). Ci sono interessi di terzi troppo delicati per essere limitati! Chi utilizza a condizione di estremo favore il patrimonio statale alienabile, di qualunque natura esso sia? Chi trae vantaggio da questo stato di fatto?

 
25/05/2011 - è cosi (marco ferrari)

Concordo con D'alessandro. Solo l'Europa, sperando che continuerà ad esistere, o il fallimento sembrano poter mettere pressione sulle dinamiche di spesa. Occorre l'avanzo di bilancio, ma nessuno pare prendere la questione sul serio.

 
25/05/2011 - un piatto di lenticchie non fa primavera (Alessandro d'Alessandro)

Caro Professore, se una signora un po' viziata vende i suoi gioielli e poi spende tutto per comprarsi delle belle scarpe, non risolve i suoi problemi economici. La vendita - anzi svendita, perché altrimenti nessuno compra - del patrimonio statale non risolve assolutamente nulla, perché tampona solo per poco la falla dei meccanismi di spesa che ogni santo giorno gettano il denaro dei contribuenti in mare, o meglio nei portafogli delle migliaia di parassiti che costituiscono lo zoccolo duro e resistentissimo del debito pubblico. L'unica prestazione che offrono in cambio del denaro che ricevono è il voto. Chi osa tagliare quei rami, muore. Perché gli economisti non vedono queste ovvietà, e e si fermano alla superficie? Come fanno a non vedere che (ad esempio) la semplice riduzione del 50% dei componenti dei consigli di amministrazione delle municipalizzate, che stanno lì soltanto a scaldare la sedia e a gonfiare il loro portafoglio, comporterebbe un risparmio colossale e perpetuo? Non più di due giorni fa è apparso sul Corriere della Sera un articolo nel quale il presidente del CNEL (organo costituzionale) ammetteva di dubitare che i 120 suoi componenti fossero tutti necessari. A mio avviso, questa semplice asserzione riveste un valore economico e strategico molto maggiore del solito, vecchio consiglio di svendere il patrimonio pubblico. Cominciate, voi economisti, a ficcare le mani nella vera melma in cui il Paese è invischiato da decenni!