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FINANZA/ 1. Quanti Bin Laden ci vogliono per "salvare" gli Usa?

Pubblicazione:martedì 3 maggio 2011

Ben Bernanke e Barack Obama (Foto Ansa) Ben Bernanke e Barack Obama (Foto Ansa)

In meno di due anni, la base monetaria Usa è raddoppiata, ma nessuno nelle elite politiche Usa vuole nemmeno mettere nominalmente in discussione il quantitative easing. Ma c’è un rovescio della medaglia. Le parole di Bernanke hanno sì messo le ali a Wall Street ma anche all’oro, +2% quel giorno e all’argento, l’oro dei poveri ma anche una grande hedge dall’inflazione, cresciuto addirittura del 6,5%. Inoltre, all’interno del bouquet delle principali cinque valute globali, il dollaro è ai minimi del luglio 2008 e il “real broad dollar index” della Fed, una composizione di 26 valute aggiustate al tasso inflattivo, sta toccando i livelli del 1979.

Eppure Tim Geithner, il segretario del Tesoro Usa, parla «di impegno per un dollaro forte nell’interesse degli Usa». Non sense totale, visto che un dollaro debole almeno aiuta l’export e abbassa il valore dei debito esterno del Paese: un insulto per i creditori Usa e i partner commerciali, posto in essere proprio dal Paese che a ogni piè sospinto accusa Pechino di manipolazione monetaria.

Sia chiaro, io amo l’America e per questo non posso sopportare di vederla governata, sia a livello economico che politico, da statalisti e anti-mercatisti della peggior specie: il problema è che in questi giorni chi non sta con Washington e le sue scelte - negare l’inflazione, negare la necessità di alzare i tassi, stampare soldi in cantina - è automaticamente bollato come qualcuno che odia l’America. Chi non ama gli Usa, invece, sono proprio i membri dell’amministrazione Obama che proseguono con la loro folle politica di espansionismo fiscale e con il QE, un qualcosa che non danneggerà solo le relazioni con l’estero del Paese, ma che porterà seri problemi ai suoi stessi cittadini.

La debolezza attuale del dollaro fa parte di un trend di lungo termine: dall’inizio del 2002 fino a metà del 2008, il biglietto verde perse il 305 su base di trattazione valutaria, ma la crisi dei subprime fece in modo che per circa sei mesi gli investitori occidentali si misero in coda per liquidare posizioni complesse e tossiche e comprare Treasuries e dollari, operazione che vide il rafforzamento netto della moneta statunitense. Dopodiché, la Fed diede vita al primo quantitative easing, ufficialmente per contrastare la deflazione, ma le necessità più pressanti erano invece salvare Wall Street e controllare il valore reale del debito governativo che lo Stato stava acquistando, missioni entrambe compiute nel momento in cui il dollaro è cominciato a scendere.

Il problema è che la debolezza del dollaro è basata su una serie di fondamentali, tra cui l’enorme e sempre crescente debito di 14.000 miliardi di dollari, cifra contenuta ufficialmente nei bilanci a cui potrebbe sommarsi ben altro. Nessuno ha fatto nulla per affrontare questo problema, anzi: si è scelta la ricetta opposta, ovvero monetizzare le proprie debolezze continuando a deprezzare la valuta.


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COMMENTI
03/05/2011 - 10+ (J B)

Non c'è che dire.