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FINANZA/ 2. A chi giovano i "diktat" di Confindustria?

Sabato scorso gli imprenditori di Confindustria si sono riuniti a Bergamo. Una giornata, spiega MICHELE ARNESE, caratterizzata dal tentativo di far emergere un orgoglio comune

Emma Marcegaglia (Foto Ansa) Emma Marcegaglia (Foto Ansa)

“Chiamiamola giornata dell’orgoglio confindustriale più che assise confindustriale”. Così un alto dirigente della confederazione degli industriali sintetizza le Assise Generali che si sono svolte sabato 7 maggio a Bergamo all’insegna di “sbloccare la crescita, liberare il mercato, premiare il merito”. In effetti, la consueta riunione biennale della Piccola Industria dell’associazione di viale dell’Astronomia è servita più che altro a un ritorno di immagine per il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, e a rinsaldare il vincolo e l’orgoglio associativo in una base infiacchita o mugugnate. Questo non significa, comunque, che alcuni aspetti dell’Assise non siano stati degni di nota, pur tra contraddizioni e ripetizioni fruste di parole d’ordine.

Come spesso avviene, prevalgono le frasi fatte e gli slogan. Eppure nelle oltre 80 pagine messe a punto dalla Piccola Industria presieduta da Vincenzo Boccia, in collaborazione con l’ufficio studi della Confindustria e in particolare dagli economisti Luca Paolazzi e Giangiacomo Nardozzi, spiccavano tesi e conclusioni affatto scontate.

In soldoni, si attestava sulla base di numeri, confronti e prospettive questo: cari signori, il modello “piccolo è bello” non è più vero, o meglio non riesce a reggere il passo della competizione internazionale. Ovvero, il sistema di piccole e medie industrie che caratterizza l’Italia non può essere considerato soltanto un vanto, ma anche uno svantaggio: il capitalismo familiare, specie quando sfocia in un capitalismo familistico, non ha futuro; occorre che le piccole imprese si aprano a capitali esterni, assumano manager di nuova generazione e dalla visione internazionale, si aggreghino e si consolidino. Insomma, piccolo è bello non è più vero: o le piccole crescono oppure rischiano di perire.

Per ravvivare l’orgoglio associativo, non potevano mancare gli appelli a “sbloccare la crescita”, “liberare il mercato”, “puntare sulle liberalizzazioni”. Ottime intenzioni. Giusto incalzare il governo su misure liberali e pro crescita. Però, obiettivamente, con misure in deficit impossibili con le attuali finanze pubbliche, il decreto Sviluppo approvato la scorsa settimana dal governo contiene una serie di provvedimenti che vanno proprio nel senso auspicato dagli industriali.


COMMENTI
09/05/2011 - bravi a suggerire quello che altridovrebbero fare (Giuseppe Saracino)

Mi piacerebbe che confindustria finalmente cambiasse qualcosa laddove essa é sovrana: le relazioni industriali. Gli unici cambiamenti negli ultimi 30 anni li ha fatti Marchionne, in supplenza di una Marcegaglia totalmente assente. Che cosa impedisce a quest'ultima di dire che visto il nanismo delle nostre imprese ed il loro terrore ad assumere, i suoi iscritti assumeranno solo se non sono tenuti a fornire la prova diabolica della giusta causa in caso di licenziamento? Tocca a Lei lanciare il sasso nello stagno e non al governo o ai sindacati. Marcegaglia si dia da fare e lasci il suggerimento ai protagonisti ombra quale era ed é ancora il suo predecessore LCDM.