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venerdì 10 giugno 2011
Due giorni fa, nel silenzio più assoluto, la Reuters ha certificato l’imminenza di uno sviluppo inevitabile: un default di breve durata degli Stati Uniti (anche se personalmente non riesco a concepire questo ossimoro e il fatto che nemmeno per un giorno la cosiddetta moneta di riserva globale possa essere garantita da una nazione tecnicamente insolvente. Ma si sa, io sono un pessimista cosmico). E a confermare che questa opzione sta diventando palpabile con il passare dei giorni, la Cina ha annunciato attraverso Li Daokui, adviser della Banca centrale di Pechino, che «gli Stati Uniti stanno giocando con il fuoco se optano per fare brevemente default sul loro debito, una scelta che può seriamente danneggiare il dollaro».
Ma perché questa accelerazione? Semplice: un numero sempre crescente di Repubblicani non crede alle predizioni di catastrofe del governo Obama in caso il tetto di debito non sia aumentato e, anzi, pensa che un periodo di default tecnico possa essere gestito senza gettare i mercati nel caos. Tra i capitani coraggiosi in questione spicca Tim Pawlenty, ex governatore del Minnesota e da un mese autocandidatosi alla Casa Bianca, secondo cui se portasse a immediati e profondi tagli della spesa, un default di breve termine sarebbe quasi una manna: in effetti, lancerebbe al mondo il messaggio che la follia fiscale Usa è giunta a un termine e, per paradosso, trasformerebbe i bonds del Treasury in un vero e proprio bene rifugio globale.
I rischi legati a un’operazione simile, però, sono enormi, catastrofici. Lo certifica David Frum, ex consigliere e speechwriter di George W. Bush e uno dei pochi difensori in casa Repubblicana dell’innalzamento del tetto di debito: «Devo ancora incontrare un solo Repubblicano che dica che un possibile fallimento nell’innalzamento del limite di indebitamento lo spaventa. E davvero preoccupante il numero di Repubblicani con cui parlo - incluso i vertici - che pensa che un default tecnico sia gestibile». Non la pensano così, invece, a Wall Street, dove in molti ritengono che anche un default breve potrebbe causare un innalzamento secco dei tassi d’interesse nel mondo e un tonfo del dollaro, un qualcosa che riporterebbe la fragile economia Usa in recessione e potrebbe scatenare un caos sui mercati simile a quello seguito al collasso di Lehman Brothers.
Perché, quindi, in casa repubblicana si punta all’azzardo? Perché lo ha detto il leggendario businessman Stan Druckenmiller, un tempo alleato di George Soros, dichiaratosi favorevole a un default di breve termine se in cambio i legislatori raggiungeranno un accordo per enormi tagli alla spesa e per un piano di medio termine finalizzato a bloccare il deficit di 1,4 trilioni di dollari. Per Vin Weber, stratega storico dei Repubblicani e anima moderata del partito, «questa tesi ha avuto un forte impatto all’interno del partito e direi che oramai rappresenta la posizione ufficiale».
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