BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

QUALCOSA DI SINISTRA/ Perchè il "nuovo" Tremonti non piace più a Pdl e Lega?

Grazie anche al dibattito relativo alla riforma fiscale, spiega SERGIO LUCIANO, emerge un profilo del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sempre più “di sinistra”

Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica) Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)

“È difficile chiedere ai capponi di votare per l’anticipo del Natale”: in questa battuta quasi demoralizzata che Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, ha regalato alla platea della festa della Cisl a Levico, c’è il dramma quasi antropologico (e non solo italiano) dell’inconciliabilità tra principio democratico e gestione democratica delle crisi collettive.

La storia decanta la battuta di Churchill agli inglesi “vi prometto lacrime e sangue”, come modello di comunicazione politica insieme drammatica e matura, consapevole. Sbagliato, però, dimenticare che i sibili degli Stukas sui cieli della Gran Bretagna rendevano tutti ben informati che quelle lacrime e quel sangue erano baci e carezze a confronto con ciò che avrebbe elargito Hitler se avesse vinto.

Tremonti alludeva ai privilegi economici dei parlamentari e alla sua decisione di varare, sì, l’allineamento al ribasso ai valori medi europei, ma solo dalla prossima legislatura, per non pretendere che gli attuali beneficiari di quei vantaggi se ne amputino da subito con un gesto volontario tanto nobile quanto improbabile. Ma è questa stessa logica che ha ispirato il ministro - ha raccontato mille volte lui stesso - nell’optare per la strada di varare “tagli lineari” alla spesa pubblica, anziché incidere sulle voci più improduttive: “I tagli lineari non piacciono neanche a me. Ho lasciato a ogni ministero la possibilità di scegliere. Ma ognuno voleva tagliare i soldi degli altri”. Già: le lobby, anche le più piccole, ma tutte potenti e interdittive.

Forse non è un caso che in Italia l’unica riforma davvero epocale attuata negli anni del risanamento e dell’aggancio all’euro sia stata quella previdenziale, talmente seria e avanzata da essere rimasta immune da qualsiasi successiva critica ed essere tuttora considerata modello in Europa: ma l’hanno decisa le generazioni al potere a carico di quelle future, sono stati i quaranta-cinquantenni a stabilire che loro sarebbero ancora andati in pensione con il 75% dell’ultimo stipendio, appena il 5% meno dei loro padri, mentre ai loro figli sarebbe toccato il 50% dell’ultimo stipendio, cioè il 30% in meno rispetto ai padri. E l’hanno deciso senza farlo scrivere ai giornali, senza farlo sapere alla gente. Perciò è passato.

Il destino di Tremonti è abbastanza tracciato. Lui si sgola a ripetere come, nelle strettissime compatibilità date dal quadro economico globale in cui naviga quello italiano, il taglio delle tasse e tutte le altre misure di maggior spesa o minori introiti necessarie per rilanciare la ripresa sono processi delicati, lenti e lievi. E cita Cavour: “Energica moderazione sulla via del progresso”. Ma le citazioni colte proprio non bastano ai fini elettorali. E il missile terra-terra lanciato contro la troppa prudenza di Tremonti da Roberto Maroni - per la prima volta un esponente di spicco del gruppo dirigente della Lega che critica il ministro preferito dai Lumbard - rivela che anche il lider maximo Bossi, di fronte all’emorragia elettorale, deve fare qualcosa.