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FINANZA/ Ecco perché gli Usa stanno peggio della Grecia

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Insomma, la Grecia dovrebbe fisicamente essere salvata anche dai soldi del settore privato (ovvero con l’estensione di sette anni delle maturazioni obbligazionarie su base obbligatoria come vorrebbe la Germania o “volontaria” come chiedono Francia e Bce), mentre in America il presidente del “Yes, we can”, del “non sto dalla parte di chi fa profitti durante la crisi” va in ginocchio dagli stessi bankster per chiedere il loro aiuto nel convincere i Repubblicani: questa è l’America di oggi. Ma le differenze tra Atene e Washington sono anche altre. Per l’ex capo economista del Fondo monetario internazionale, Raghuram Rajan, infatti «l’effetto a cascata di un default greco sul debito può essere contenuto se i leader europei raggiungono un accordo che permette alla ristrutturazione di essere compiuta in maniera ordinaria».

Per Rajan, «uno dei vantaggi della lunghezza eccessiva di questo processo di risoluzione della crisi è che molte entità del settore privato hanno nel frattempo ridotto la loro esposizione alla Grecia. Oggi, infatti, l’estensione dell’esposizione bancaria europea verso Atene è molto più limitata di quanto fosse sei mesi o un anno fa, quindi il costo di un default greco e della ristrutturazione potrebbe essere assorbito dal settore bancario. Se la ristrutturazione del debito, ormai quasi inevitabile vista l’incapacità dei politici greci di portare avanti le privatizzazioni e contenere il budget, avverrà in un modo al quale le banche e i mercati sono preparati, anche se non pubblicamente ma a livello privato, le conseguenze sono decisamente contenibili». In caso contrario, però, «se la ristrutturazione si sostanzierà a causa della rottura del dialogo tra le parti, allora tutto si complicherà, poiché questo evento suggerirà ai mercati che le implicazioni si sposteranno direttamente su Irlanda e Portogallo prima e su altri paesi in un secondo tempo. A quel punto, giungere a una soluzione sarà decisamente più complicato».

Insomma, la soluzione ci sarebbe, ma contemplerebbe perdite per il sistema bancario. E come abbiamo scritto martedì, questa ipotesi è ben accetta per la Germania, le cui banche si sono ricapitalizzate grazie al regalo di Ben Bernanke attraverso il QE2, ma invisa come l’aglio a un vampiro a Bce e Francia, la prima a rischio insolvenza a causa delle svalutazioni e del collaterale spazzatura che ha in pancia e continuerà ad avere se il reprofiling porterà i titoli greci a continuare nella loro funzione di garanzia per ottenere capitale a leva, la seconda perché ieri Moody’s ha anticipato chiaro e tondo di aver messo nel mirino per un downgrade Societé Generale, Credit Agricole e Bnp Paribas a causa della loro esposizione alla Grecia (e quindi delle loro potenziali perdite in caso di prolungamento delle maturazioni o taglio dei rendimenti).

Detto fatto, borse europee in rosso trascinate proprio dai bancari francesi in picchiata: la grandeur di chi viene in Italia a fare shopping, con la spudoratezza di annunciare l’Opa su Parmalat mentre Berlusconi e Sarkozy stanno per incontrarsi a Roma, potrebbe finire presto in cantina, in accoppiata con quel Belgio dai conti sballati e dalle banche sovraesposte - Dexia sta tremando da settimane - che ilsussidiario.net aveva messo nel mirino già lo scorso anno. Bye bye Pigs, il prossimo acronimo della crisi potrebbe essere Fb: non Facebook, ma Francia-Belgio.