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Economia e Finanza

LETTERA/ Altro che locomotiva, il Nordest soffre più dell'Italia

Gli stereotipi che dipingono il Nordest come la locomotiva d'Italia non tengono conto, spiega FRANCESCO JORI, di quanto la regione soffra delle storture del sistema italiano

Foto ImagoeconomicaFoto Imagoeconomica

Un’idea per il Nordest: assuma uno scafato esperto in comunicazione e lo strapaghi, affidandogli un incarico vincolante. Far sì che di Nordest non si parli proprio. Perché ogni volta che succede, si scade nell’esagerazione: del ridicolo, dell’estremo, del caricaturale, del miracolistico. Mai che ne esca l’immagine di un’area normale, ordinaria, con i suoi pregi e i suoi difetti; sottratta, soprattutto, al marchio dell’eccezionale.

È appena tornato a capitare, complice l’economia: è bastato che l’Istat, presentando gli ultimi dati, abbia indicato una crescita del Paese dell’1,3%, con punta del +2,1% al Nordest, che valanghe di sedicenti esperti, presunti analisti e miopi osservatori di professione si sono tuffate a rispolverare le lodi della locomotiva italiana, della terra dei miracoli, dell’operoso piccolo imprenditore nordestino con tutti i suoi stereotipi addosso (va in chiesa e bestemmia, lavora venti ore al giorno domeniche comprese, è succube degli “schèi” e via elencando).

Nulla di tutto questo, naturalmente. Come pochissimi hanno saputo cogliere, a partire da Oscar Giannino, che oltre a non aver dimenticato le nozioni elementari di statistica ha il pregio di analizzare le cose per ciò che sono, non per ciò che piacerebbe a questo o a quello. Cominciamo allora a chiarire che il Nordest è area a elevata vocazione manifatturiera, molto più della media nazionale; e che nei due anni precedenti al 2010, cui si riferiscono i dati Istat, aveva dovuto registrare cali pesanti, ben più sostanziosi rispetto al resto d’Italia.

Il motivo è evidente: la violenta crisi finanziaria mondiale ha provocato una drastica diminuzione degli scambi commerciali, e di questo ha risentito chi esportava in particolare prodotti lavorati e semilavorati, Nordest in testa. Quel +2,1% messo a segno nel 2010 è frutto dunque del recupero da una posizione nettamente inferiore rispetto a quella del resto del Paese, e in particolare del Centro e del Mezzogiorno, aree con maggior incidenza del terziario e comunque molto meno legate all’export.