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LETTERA/ Altro che locomotiva, il Nordest soffre più dell'Italia

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Un’idea per il Nordest: assuma uno scafato esperto in comunicazione e lo strapaghi, affidandogli un incarico vincolante. Far sì che di Nordest non si parli proprio. Perché ogni volta che succede, si scade nell’esagerazione: del ridicolo, dell’estremo, del caricaturale, del miracolistico. Mai che ne esca l’immagine di un’area normale, ordinaria, con i suoi pregi e i suoi difetti; sottratta, soprattutto, al marchio dell’eccezionale.

È appena tornato a capitare, complice l’economia: è bastato che l’Istat, presentando gli ultimi dati, abbia indicato una crescita del Paese dell’1,3%, con punta del +2,1% al Nordest, che valanghe di sedicenti esperti, presunti analisti e miopi osservatori di professione si sono tuffate a rispolverare le lodi della locomotiva italiana, della terra dei miracoli, dell’operoso piccolo imprenditore nordestino con tutti i suoi stereotipi addosso (va in chiesa e bestemmia, lavora venti ore al giorno domeniche comprese, è succube degli “schèi” e via elencando).

Nulla di tutto questo, naturalmente. Come pochissimi hanno saputo cogliere, a partire da Oscar Giannino, che oltre a non aver dimenticato le nozioni elementari di statistica ha il pregio di analizzare le cose per ciò che sono, non per ciò che piacerebbe a questo o a quello. Cominciamo allora a chiarire che il Nordest è area a elevata vocazione manifatturiera, molto più della media nazionale; e che nei due anni precedenti al 2010, cui si riferiscono i dati Istat, aveva dovuto registrare cali pesanti, ben più sostanziosi rispetto al resto d’Italia.

Il motivo è evidente: la violenta crisi finanziaria mondiale ha provocato una drastica diminuzione degli scambi commerciali, e di questo ha risentito chi esportava in particolare prodotti lavorati e semilavorati, Nordest in testa. Quel +2,1% messo a segno nel 2010 è frutto dunque del recupero da una posizione nettamente inferiore rispetto a quella del resto del Paese, e in particolare del Centro e del Mezzogiorno, aree con maggior incidenza del terziario e comunque molto meno legate all’export.



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