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FINANZA/ I guai “atomici” di Obama arrivano sul mercato

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Barack Obama (Foto Ansa)  Barack Obama (Foto Ansa)

Stando ai calcoli dell’economista di Citigroup, Jurgen Michels, infatti, il monte dei pagamenti greci da qui ad agosto è a prescindere superiore alla tranche di prestito che si dovrebbe sbloccare in caso di accordo in sede Ue. Il nuovo governo, infatti, ha giurato e si è insediato lo scorso weekend e ha iniziato ieri il dibattito parlamentare preparatorio al voto di fiducia previsto per oggi o domani. Anche se la fiducia passerà, a quel punto il governo dovrà sottoporre al Parlamento il pacchetto di austerity concordato con la troika, probabilmente alla fine di questa settimana o all’inizio della prossima. A meno di un’ennesima deroga agli accordi presi, senza il completamento di questo iter, Atene non potrà nemmeno annusarli i 12 miliardi di tranche di prestito. Inoltre, se anche tutto questo accadrà con velocità siderale o grazie alla scelta di Ue-Bce-Fmi di concordare un altro strappo alla regola, il debito e gli interessi greci da pagare da qui ad agosto ammontano a 18,2 miliardi di euro, cifra che non include inoltre i miliardi in spesa di deficit che andranno finanziati in qualche modo

 

 

Quindi, a meno che Atene non trovi il modo per tassare in modo tale i propri cittadini da ottenere un livello record di entrate nel mese di luglio, il lasso di tempo di cui la Bce dispone prima di dover denominare le decine di miliardi di bond greci che detiene a 45 centesimi sul dollaro è un mese. Come mai, quindi, l’euro prima del warning di Moody’s all’Italia di venerdì continuava ad apprezzarsi, solo perché anche gli Usa sono già in default e il dollaro è carta straccia (anche ieri, nonostante tutto, l’euro restava a 1,427 sul biglietto verde)?

Ne hanno un mezza idea in Russia, visto che sempre venerdì fonti vicine al ministero degli Esteri facevano notare come «la Cina potrebbe tramutarsi in una zona di rischio per l’economia globale»: insomma, in sede europea si starebbe valutando come ultima istanza una sorta di firewall cinese, ovvero la volontà già espressa da Pechino di intervenire sul mercato obbligazionario dei periferici per sorreggere Ue ed euro, tramutandosi di fatto nel commissario di almeno un paio di Stati. Una scommessa rischiosa.



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