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FINANZA/ Ecco perché all'Europa conviene il "fallimento" della Grecia

Le proteste contro il piano di austerità in Grecia (Foto Ansa) Le proteste contro il piano di austerità in Grecia (Foto Ansa)

Commenta ancora Ruparel: «Un secondo salvataggio greco quasi certamente si tradurrà in perdite per i contribuenti, poiché nonostante il denaro addizionale, la Grecia non potrà sfuggire al default e i costi di quest’ultimo sono destinati a salire più il tempo passa, trasferendo il peso dai privati al pubblico. Certamente, gli effetti di un default non vanno sottostimati, ma a mio avviso occorre preparare il prima possibile un piano per una piena e ordinaria ristrutturazione. Inoltre, serve un’onesta discussione riguardo la realistica capacità della Grecia di restare nell’eurozona».

I numeri, d’altronde, parlano chiaro. I membri dell’Ue hanno ammassato in totale un’esposizione alla Grecia quantificabile in 311 miliardi di euro attraverso il settore bancario, il pacchetto di salvataggio e il programma di liquidità della Bce, mentre Francia e Germania hanno rispettivamente un’esposizione di 82 e 84 miliardi di euro e la Gran Bretagna solo di 10,35 miliardi (anche se il dato britannico appare falsato, vista l’esposizione delle banche inglesi verso quelle continentali, a loro volta maggiormente esposte verso Atene: un aggravio indiretto, insomma). Superficialmente, l’interconnessione delle economie e del settore bancario europeo, quindi, è un argomento in favore di un secondo salvataggio.

Nel miglior scenario possibile, un nuovo bail-out che accompagni la Grecia fino al 2014 (anno in cui formalmente dovrebbe essere in grado di tornare a finanziarsi sui mercati) dovrebbe coprire una necessità di finanziamento di almeno 122 miliardi di euro, da aggiungersi a 110 del primo salvataggio. Questo scenario, inoltre, potrebbe funzionare solo se Atene terrà fede in pieno ai suoi obiettivi di riduzione del deficit e agli accordi sulle privatizzazioni, un qualcosa di non scontato vista la fortissima resistenza interna verso nuove misure di austerity. Se questo non avverrà, il gap di finanziamento da colmare da qui al 2014 salirà a circa 166 miliardi di euro, situazione che potenzialmente potrebbe portare Atene a chiedere un terzo aiuto esterno.

A fronte di questi costi, nei fatti accettati dai leader Ue che premono per evitare a tutti i costi la ristrutturazione, nessuna nazione nella storia economica moderna a raggiunto una ratio debito/Pil del 150% senza andare in default: quindi, anche dopo un secondo salvataggio, le basse prospettive di crescita e il peso del debito sempre in salita perché non ristrutturato porteranno la Grecia a non essere in grado di tornare sui mercati nemmeno dopo il 2014.

Meglio, quindi, ristrutturare quel debito monstre il prima possibile, certamente un territorio mai testato prima dall’Ue, ma anche l’unico approccio realistico alla situazione, visto che i rischi che si nascondo dietro un default non sono superiori a quelli che stanno nelle pieghe di un secondo salvataggio: ristrutturare il debito fra tre anni significherebbe infatti sommare i costi del nuovo bail-out a quelli aggravati di un default ritardato. Oggi per portare il debito greco a livelli sostenibili occorre un ammortamento di metà dello stesso, mentre la stessa operazione nel 2014 farebbe salire la percentuale di write-off a due terzi, ovvero un aggravio netto dei costi per i creditori. Insomma, meglio affrontare subito la realtà: ovvero, accettare il fatto che siamo all’interno di una crisi di debito e che questo impone, sempre e comunque, delle perdite.