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MANOVRE/ 2. Quadrio Curzio: perché non si parla delle due riforme fiscali del governo?

Pubblicazione:giovedì 23 giugno 2011

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Da un paio di mesi è andata crescendo la richiesta di una riforma fiscale generale che si è condensata in ultimatum di Confindustria, dei sindacati, dell’opposizione per un abbassamento delle tasse sul lavoro e sulle imprese. Poi, dopo le deludenti prove elettorali del PdL e della Lega, anche da questi partiti è stata avanzata la richiesta di ridurre le tasse. Alla fine paiono tutti d’accordo sulla necessità di fare una riforma fiscale e di ridurre le tasse.

Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sembra essere l’unico a non volere o a non capire che la richiesta è dettata dall’esigenza di equità e di sviluppo, che prima la si soddisfa prima il nostro Paese ricomincerà a crescere e quindi ad avere più occupazione e migliore distribuzione del reddito. Se tutto fosse così facile, la soluzione più semplice sarebbe dimissionare Tremonti da ministro dell’Economia e trovare un nuovo ministro che applichi la ricetta del “vissero tutti felici e contenti”.

Purtroppo non è così per molte ragioni su cui ci soffermiamo nel seguito, partendo dall’affermazione che Tremonti è favorevole da molto tempo a una riforma fiscale, purché siano rispettate delle irrinunciabili condizioni di metodo, di contenuti, di tempi. Due riforme fiscali sono in attuazione o in agenda: quella federalista e quella efficientista.

Partiamo dal Documento di economia e finanza 2011, uscito in aprile, che abbiamo l’impressione sia stato letto da ben pochi. Capiamo che gli impegni di tutti sono pressanti, ma per chi ha delle responsabilità almeno la lettura delle prime nove pagine, che portano il timbro argomentativo del ministro dell’Economia, sarebbe indispensabile.

Nelle stesse si riassume il significato del nuovo paradigma di Politica economica europea, che consiste nel “semestre europeo” che vincola le procedure nella formazione degli Stati membri e gli obiettivi di finanza pubblica con il patto europlus, per il quale al 2014 i paesi di eurolandia devono arrivare al pareggio di bilancio. Viene quindi illustrato il Documento di economia e finanza 2011 approvato dal Governo italiano e composto sia dal Programma di stabilità (che contiene anche le analisi e le tendenze di finanza pubblica), sia dal Programma nazionale di riforma.

Per noi il punto di partenza è il vincolo europeo a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014. Ciò significa che il deficit sul Pil deve scendere secondo la seguente progressione: nel 2011 al 3,9%, nel 2012 al 2,7%, nel 2013 all’1,5%, nel 2014 allo 0,2%. Nel contempo deve aumentare il surplus primario per ridurre il rapporto debito pubblico su Pil come segue: dal 120% del 2011 al 119,4% nel 2012, al 116,9% nel 2013, al 112,8% nel 2014.


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