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FINANZA/ E ora Grecia e Usa fanno ballare borse e mercati

Pubblicazione:martedì 28 giugno 2011

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Ecco che la decisione di George Soros di vendere il suo Etf sull’oro trova un senso: non l’imminente scoppio della bolla con ritracciamento in area 1200 dollari l’oncia, ma solo un business molto remunerativo con cui fare cassa, visto che il Soros Fund Management mantiene salde e ampie partecipazioni nel settore minerario legato all’oro, posizioni che a differenza di un Etf non devono essere dichiarate alla Sec. Insomma, siamo alla vigilia di una nuova recessione globale. A confermarlo, oltre i dati di cui parliamo ormai da settimane, anche l’andamento laterale del Baltic dry index (Bdi), mai ripresosi dalla caduta dai massimi del 2007-2008.

Questo indice, che riflette i costi dei noli marittimi, viaggia a quota 1.423 punti, un livello molto basso, anche se distante dai minimi assoluti: i riferimenti tecnici più importanti per il Bdi sono infatti il minimo assoluto di 663 del 12 maggio 2008 e i massimi del 2007 e dei primi del 2008 in area 11.000 punti. Dai minimi l’indice è riuscito a riportarsi in area 4.660 nel novembre 2009, per poi tornare a scendere gradualmente. Ciò che sorprende non pochi analisti è infatti il crollo dell’indice dai massimi del 2008, senza che ci sia poi stata un’effettiva ripresa: in parole povere, cari lettori, questa è la spiegazione della grande bugia spacciata dalla Fed, dal Fmi, dalla Banca mondiale, dalla Bce ai mercati. Ovvero, non c’è mai stata ripresa e i rallies borsistici sono stati resi possibili artificialmente solo dai dollari al ciclostile regalati da Ben Bernanke a chiunque volesse mantenere falsamente alto l’indice S&P’s 500.

Per capire il perché, torniamo un attimo alla natura di questo indice. Il Baltic dry index è un indice dei noli marittimi basato sul costo del trasporto di merci non liquide e sfuse, come carbone, ferro e grano. Gli analisti lo seguono perché ritengono che si tratti di un buon anticipatore dei movimenti delle materie prime, visto che un aumento del costo del trasporto dovrebbe essere in grado di confermare che l’aumento del prezzo delle materie prime non è semplicemente dovuto a fattori speculativi. Il perché è presto detto e di facile intuizione: una quantità preponderante di manufatti è trasportata su battelli verso la destinazione finale, quindi un aumento dei tassi di trasporto in genere viene considerato come un indicatore di forte domanda. Così non è.

E il peggio, paradossalmente, deve ancora arrivare, poiché in contemporanea con il default greco terminerà anche il secondo ciclo di allentamento quantitativo della Fed (QE2), fatto che per l’analista di Societe Generale, Patrick Legland, porterà con sé un altro periodo di deflazione per l’economia Usa e il collasso della bolla delle materie prime, oro e argento escluse. Prepariamoci, quindi, a un terzo trimestre da incubo, sia per le Borse che per le commodities, visto che tra due giorni, quando il QE2 terminerà ufficialmente, verrà a mancare il fiume di denaro che finora aveva mantenuto alle stelle i prezzi delle materie prime.

E, per aggiungere danno a danno, nell’arco di un mese, Washington dovrà trovare la quadra riguardo l’innalzamento del tetto di indebitamento, pena un default tecnico degli Usa a partire dal 2 agosto prossimo. Già ora gli Stati Uniti stanno mettendo mano ai fondi pensione federali per pagare interessi e cedole obbligazionarie, ma il pericolo maggiore sta nell’atteggiamento di molti Repubblicani, convinti della sostenibilità di un default di breve periodo se questo porterà con sé radicali tagli al deficit di budget.


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COMMENTI
28/06/2011 - danni molto superiori al valore del suo debito (Fabrizio Terruzzi)

che gli USA possano fra tremare le borse è comprensibile. Ma che la Grecia possa provocare disastri planetari enormemente superiori al valore del suo debito, che è pari solo all'1,7 ca di quello complessivo europeo, non è concepibile. Solo la stupidità e/o l'incapacità di chi ci governa può essere la spiegazione. Si pensi che un calo del 2-3% delle borse europee già copre in valore il debito della Grecia.