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FINANZA/ L’Italia sotto assedio di Goldman Sachs e co.

Pubblicazione:giovedì 30 giugno 2011

Foto Ansa Foto Ansa

Due i motivi principali. Primo, il no del Parlamento greco avrebbe infatti inciso unicamente sulla quinta tranche del primo prestito, di fatto innescando il default poiché la Grecia non avrebbe in cassa soldi sufficienti per onorare i suoi debiti in scadenza. Secondo, la proposta francese rappresenta di fatto un piano b, visto che ha come principale finalità non quella di evitare il default, ma di scongiurare il rischio downgrade da parte delle società di rating attraverso un reprofoling del debito che non sia visto da Moody’s e soci come il classico “credit event” in grado di attivare la clausola di default (con il contraccolpo che questo avrebbe anche per le banche Usa, principali collocatrici di credit default swap ellenici verso gli istituti francesi e tedeschi). Ma c’è una terza ragione, ovvero il fatto che la proposta francese sia nulla più che la riproposizione di quel fallimento clamoroso che fu il cosiddetto Super Siv lanciato il 15 ottobre 2007 da Citigroup, JP Morgan Chase e Bank of America per calmierare gli effetti finanziari della crisi dei subprime.

Nato come master Liquidity Enhancement Cunduit (Mlec), ma subito ribattezzato Super Siv (Structured Investment Vehicle), il piano si riproponeva di garantire finanziamenti a breve termine ai Siv legati alle banche citate in precedenza per poter continuare la loro operatività nonostante la contrazione del credito e i timori degli investitori per l’esposizione dei Siv ai mutui subprime. Come la storia ci ha dimostrato, quello che veniva spacciato come un salvataggio a finanziamento privato di istituzioni finanziarie che scommettevano sul mercato immobiliare, si è tradotto in realtà come nient’altro che un ritardo nella risoluzione alla radice del problema.

Le parole di Trichet, poi, scomodano un ulteriore parallelo, visto che la nascita del Mlec fu sponsorizzata dall’allora segretario al Tesoro Usa, Henry Paulson, e dal sottosegretario alle Finanze interne, Robert K. Steel, nonostante le accuse di violazione della legislazione antitrust americana avanzata da alcuni analisti viste alcune posizione illiquide detenute dai Siv. Nonostante il 19 ottobre anche Wachovia e Fidelity si unirono al progetto, lo stesso fu ingloriosamente abbandonato il 21 dicembre del 2007 poiché definito «non necessario in questo momento».

Già ora per il piano c? Ma, cari lettori, dimentichiamoci per un attimo della Grecia e pensiamo all’Italia, inguaiata come non mai. L’altro ieri, per l’ennesimo giorno, i titoli bancari del Belpaese erano sotto assedio a Piazza Affari, soprattutto quelli impegnati o in odore di ricapitalizzazione. I timori per il voto del Parlamento greco sul pacchetto di austerity metteva certo il turbo alla speculazione, alimentata anche dalle minacce di downgrade già mosse da Moody’s, ma soprattutto da una strategia ben consolidata che viaggia spedita nelle dark pools.

Soprattutto Sigma X, la dark pool di Goldman Sachs, che per due giorni di fila ha visto come titoli maggiormente trattati Monte dei Paschi di Siena, Unicredit e Intesa San Paolo: insomma, a breve potrebbe partire un attacco in grande stile contro le principali istituzioni bancarie del nostro Paese. Il perché questo dato sia così importante è presto detto: stando a dati diffusi la scorsa settimana da Themis Trading, soltanto il 30% degli scambi globali avviene in Borse regolamentate, quindi la parte sostanziale del mercato opera dietro le quinte e il grosso dei titoli cambia di proprietà al di fuori dei circuiti ufficiali, intasando appunto Sigma X, Chi X e le dark pools di Citi, Credit Suisse e altre banche, oltre ad altri Ats secondari.

Insomma, il gioco da grandi avviene lontano dagli algoritmi Hft, dove i grandi players puntano sul rischio reale e dove gli investitori e gli speculatori si focalizzano per le prossime mosse. Il fatto che le prime tre azioni, le più attive nel trading, su Sigma X siano tre titoli italiani di primaria importanza, non dovrebbe farci stare tranquilli. Quelli che giungono dall’oscurità del trading sono segnali ben più seri dell’ampliamento dello spread tra titoli italiani e Bund o del rendimento dei semestrali che sfiora il 2%: in quella che con il passare dei giorni appare una versione 2.0 del 1992, la speculazione ha messo gli occhi sulle banche del Belpaese perché certa di una fragilità di base, aggravata dai processi di ricapitalizzazione e dallo spauracchio di Basilea 3.


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