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FINANZA/ Ecco perché gli Usa cercano la "guerra" con la Cina

Pubblicazione:martedì 7 giugno 2011

Barack Obama e Hu Jintao (Foto Ansa) Barack Obama e Hu Jintao (Foto Ansa)

Un vecchio adagio, sempre valido, recita che se vuoi capire cosa sta accadendo devi seguire il denaro. Proviamo a farlo. Nei primi tre mesi di quest’anno, stando ai dati di Lipper, agenzia che traccia i flussi dei fondi, circa 13,5 miliardi di dollari sono stati investiti in equities nordamericane, mentre 3,6 miliardi sono scappati via da titoli del mercato emergente, soprattutto cinese.

Come mai? La ragione principale di questa fuga è l’ansia per l’inflazione, problema che per Cina e India è vissuto in maniera più seria che per il mercato cosiddetto sviluppato, con forse l’eccezione della Gran Bretagna. Un errore non frutto soltanto di un’errata valutazione, ma di una precisa strategia statunitense orchestrata da banche d’affari, Fed e società di rating per mettere in croce Pechino senza dover ricorrere all’opzione bellica (la pantomima in atto in questi giorni riguardo le azioni navali nel Mare Cinese del Sud ne è la dimostrazione più chiara) e senza ingaggiare una guerra diretta con un “nemico” che di fatto sta mantenendo in vita gli Stati Uniti detenendone il debito.

Perché dico questo? Per tre ragioni soprattutto. Primo, a differenza di quanto accade in Occidente, dove l’argomento cardine rischia di essere la stagflazione, l’aumento dei prezzi in Cina riflette una forte crescita economica, la quale supporterà i guadagni nel comparto corporate. Secondo, la storia recente della Cina dimostra che i tassi di interesse possono essere innalzati senza intaccare la crescita economica (già smontata, quindi, la favola dei cinque aumenti dei tassi come ragione per cui prefigurare sfracelli futuri e disinnescati i timori per il nuovo aumento previsto entro la fine di questa settimana). Terzo, la principale dinamo delle dinamiche inflattive nei mercati emergenti è stato l’aumento dei prezzi dei generi agricoli, trend che mostra qualche segno di inversione e potrebbe beneficiare della fine del bando sull’export di grano russo dal 1 luglio prossimo.

Inoltre, il motore della crescita dell’Asia come area emergente è proprio la Cina, la cui trasformazione economica in atto è grandemente sottostimata dagli investitori esteri. Pechino, infatti, è all’inizio di un grande trend di crescita dei consumi interni, paragonabile al Giappone del 1969. Esattamente come Tokyo prima di quell’anno definibile una pietra miliare, la Cina finora ha costruito la sua crescita record sull’export: la spesa privata pesava solo per il 35% dell’output economico, metà della proporzione degli Usa e ben al di sotto di altri giganti delle esportazioni come Germania e Giappone.


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