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FINANZA/ Ecco perché gli Usa cercano la "guerra" con la Cina

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Barack Obama e Hu Jintao (Foto Ansa)  Barack Obama e Hu Jintao (Foto Ansa)

L’ultimo piano quinquennale del governo cinese è esplicito riguardo la necessità di ribilanciare l’export al consumo interno, mentre si dimostra tranquillo riguardo un aumento tra il 7% e il 10% degli stipendi, un tasso che potrebbe vedere i salari raddoppiati in solo sette anni. Questo tipo di livello di crescita puntella di fatto la predizione in base alla quale entro il 2020 il numero di cittadini in grado di beneficiare di un reddito di oltre 30mila dollari salirà da 1 milione dello scorso anno a 12 milioni, mentre chi potrà godere di un reddito di più di 15mila dollari l’anno salirà da 13 a 53 milioni. E questo è solo l’inizio di un processo che nei prossimi vent’anni vedrà i cinesi sempre più influenti a livello globale di americani ed europei: la Cina ha già oggi il più grande mercato automobilistico, anche se si registra a malapena in termine di proprietà di automobili pro-capite. Oggi, meno di un terzo della popolazione ha accesso a internet ed è quasi tutta raggruppata nell’area costiera orientale. Nei prossimi due anni, il tasso di penetrazione è atteso in crescita al 51%.

Certo, qualche genio partorito dalle facoltà di economia della Ivy League potrebbe obiettare che una rapida crescita del Pil non è sinonimo di buoni outcomes di investimento, ma questo non vale per Cina, Taiwan e Hong Kong, visto che la previsione di crescita dei profitti corporate nei prossimi 3-5 anni è pari al 20% rispetto al 12,5% a livello globale. Insomma, la “spregiudicatezza” con cui la Banca centrale cinese ha finora alzato più volte i tassi è sintomo di fiducia in se stessa e nel Paese, un dato che contrasta nettamente con la timidezza di Bce, Bank of England e Fed. E lo stesso vale per la questione, annosa per gli americani, della rivalutazione dello yuan.

Anche in questo caso una falsa questione. Anzi, pretestuosa, esattamente come le continue minacce di guerra commerciale reiterate a vari livelli e con toni diversi negli anni. Per gli Usa, agganciare lo yuan a un basso tasso del dollaro equivale al fatto che i cinesi stiano barando, rendendo le loro merci più a buon mercato di quanto dovrebbero essere e creando quindi disoccupazione e dumping commerciale negli Stati Uniti. Si minaccia, addirittura, un tassa del 25% sull’import cinese per pareggiare la situazione. Peccato che non ci sia modo di portare indietro le lancette dell’orologio, a meno che non si voglia soltanto spargere populismo. Uno yuan più forte, infatti, non rinvigorirebbe la manifattura europea e statunitense, visto che a oggi l’unica concorrenza che la Cina patisce è quella delle altre nazioni in via di sviluppo. I principali beneficiari di uno yuan apprezzato sarebbero infatti le aziende vietnamite e del Bangladesh, visto che uno secco rialzo delle moneta cinese nel breve termine porterebbe come beneficio, per i cittadini Usa ed europei, unicamente un aumento del prezzo di cappellini da baseball e sneakers della Nike. Molta oggettistica, poi, viene costruita in Giappone, Taiwan e Corea e solo assemblata a basso costo in Cina. E fino a quando le moneta di Taiwan, Corea e Hong Kong continueranno a calare contro il dollaro, l’effetto di un eventuale apprezzamento dello yuan sarebbe cancellato in un colpo solo.

Gli stessi economisti della Fed di St. Louis, in un sussulto di onestà, hanno dovuto fare le somme e ammettere che un apprezzamento dello yuan del 25% si tramuterebbe automaticamente in un aumento dell’inflazione negli Usa di circa 1 punto percentuale. Di più, gli stessi analisti hanno ammesso che i manufatti prodotti in Cina non potrebbero essere facilmente sostituiti da altri made in Usa nel medio termine. D’altronde, dal 2005 al 2008 lo yuan si è apprezzato del 20% in termini nominali contro il dollaro, addirittura del 505 se si tiene conto dell’aumento dell’inflazione in Cina: i manufatti Usa ne hanno forse beneficiato? Non mi pare.


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