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QUALCOSA DI SINISTRA/ Quanto ci costerà l’autogol di Tremonti?

A giudicare dalla reazione dei mercati, sembra mostrare che la manovra finanziaria pensata da Giulio Tremonti non sia stata gradita. L’analisi di SERGIO LUCIANO

Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica) Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)

Una manovra di destra o di sinistra? A giudicare dalle reazioni dei mercati, che hanno messo nel mirino l’Italia con i suoi titoli di Stato - e che sono notoriamente “di destra”, cioè guardano ai meri interessi economici, senza riguardo per il loro impatto sociale - la manovra finanziaria delineata dal governo sotto la guida del ministro dell’Economia Giulio Tremonti sarebbe decisamente di sinistra, cioè troppo morbida, troppo prudente, e inciderebbe poco o niente, almeno per l’anno in corso e per il prossimo, sui veri nodi del sistema.

A guardarla da vicino e con una lente d’ingrandimento neanche troppo convessa, la manovra risulta invece concettualmente di “destra”, perché quel poco che taglia va a tagliarlo dal reddito delle fasce medio-basse della popolazione. Quali sono, infatti, le tre voci principali su cui incide la norma? Innanzitutto il taglio dell’adeguamento automatico delle pensioni, che oltre i 1428 euro lordi mensili seguiranno solo parzialmente il crescere del costo della vita; poi l’incremento del bollo sui depositi-titoli, dagli attuali 34,20 ai 120 euro annuali sotto i 50 mila euro e a 380 euro per i depositi più consistenti. Infine, i tagli ai trasferimenti dallo Stato alle Regioni, oltre 8 miliardi di valore che gli enti locali non potranno che finanziare con imposte locali o col ripristino dei ticket, programmato infatti dal governo e poi cassato all’ultimo momento, forse per non assumersene la responsabilità politica ora.

Il clamore sollevato dalla norma “salva-Fininvest” inserita nella manovra all’ultimo minuto ha ridotto la polemica sulla natura di queste norme, ma è evidente che esse costituiscono un problema, neanche tanto piccolo, per i ceti medio-bassi, quelli che - appunto - posseggono 20-25 mila euro investiti in titoli di Stato, quelli che vivono con pensioni modeste, nell’ordine dei mille euro al mese, quelli che insomma non rappresentano l’elettorato tipico del centro-destra.

A giudicare dalla reazione dei mercati, si diceva, l’insieme di queste norme è però assai carente. Non convince, non rassicura, non basta. Delude soprattutto la scelta di non intaccare la vasta sacca di spesa pubblica improduttiva, il cui ridimensionamento viene rimesso a un generico processo di “spending review” che i ministeri vengono incaricati di compiere il prossimo anno.

Come mai questa linea del governo? Forse una spiegazione univoca non c’è, come non si è potuto dire al Paese di chi sia stata la mano pasticciona che ha infilato la norma salva-Fininvest nel testo, vedendosi poi costretta a eliminarla. Forse tanta esitazione nei tagli e la scelta di punzecchiare quasi esclusivamente alcune fasce deboli è frutto del caos politico in cui la manovra è nata.