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QUALCOSA DI SINISTRA/ Quanto ci costerà l’autogol di Tremonti?

Pubblicazione:mercoledì 13 luglio 2011

Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica) Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)

Una manovra di destra o di sinistra? A giudicare dalle reazioni dei mercati, che hanno messo nel mirino l’Italia con i suoi titoli di Stato - e che sono notoriamente “di destra”, cioè guardano ai meri interessi economici, senza riguardo per il loro impatto sociale - la manovra finanziaria delineata dal governo sotto la guida del ministro dell’Economia Giulio Tremonti sarebbe decisamente di sinistra, cioè troppo morbida, troppo prudente, e inciderebbe poco o niente, almeno per l’anno in corso e per il prossimo, sui veri nodi del sistema.

A guardarla da vicino e con una lente d’ingrandimento neanche troppo convessa, la manovra risulta invece concettualmente di “destra”, perché quel poco che taglia va a tagliarlo dal reddito delle fasce medio-basse della popolazione. Quali sono, infatti, le tre voci principali su cui incide la norma? Innanzitutto il taglio dell’adeguamento automatico delle pensioni, che oltre i 1428 euro lordi mensili seguiranno solo parzialmente il crescere del costo della vita; poi l’incremento del bollo sui depositi-titoli, dagli attuali 34,20 ai 120 euro annuali sotto i 50 mila euro e a 380 euro per i depositi più consistenti. Infine, i tagli ai trasferimenti dallo Stato alle Regioni, oltre 8 miliardi di valore che gli enti locali non potranno che finanziare con imposte locali o col ripristino dei ticket, programmato infatti dal governo e poi cassato all’ultimo momento, forse per non assumersene la responsabilità politica ora.

Il clamore sollevato dalla norma “salva-Fininvest” inserita nella manovra all’ultimo minuto ha ridotto la polemica sulla natura di queste norme, ma è evidente che esse costituiscono un problema, neanche tanto piccolo, per i ceti medio-bassi, quelli che - appunto - posseggono 20-25 mila euro investiti in titoli di Stato, quelli che vivono con pensioni modeste, nell’ordine dei mille euro al mese, quelli che insomma non rappresentano l’elettorato tipico del centro-destra.

A giudicare dalla reazione dei mercati, si diceva, l’insieme di queste norme è però assai carente. Non convince, non rassicura, non basta. Delude soprattutto la scelta di non intaccare la vasta sacca di spesa pubblica improduttiva, il cui ridimensionamento viene rimesso a un generico processo di “spending review” che i ministeri vengono incaricati di compiere il prossimo anno.

Come mai questa linea del governo? Forse una spiegazione univoca non c’è, come non si è potuto dire al Paese di chi sia stata la mano pasticciona che ha infilato la norma salva-Fininvest nel testo, vedendosi poi costretta a eliminarla. Forse tanta esitazione nei tagli e la scelta di punzecchiare quasi esclusivamente alcune fasce deboli è frutto del caos politico in cui la manovra è nata.


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