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QUALCOSA DI SINISTRA/ Quanto ci costerà l’autogol di Tremonti?

Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica) Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)

Il ministro Tremonti, quando ha difeso la sua linea di politica economica dall’accusa standard che le è stata rivolta, di aver operato tagli lineari per non voler scegliere, si è sempre vibratamente impegnato a ricordare, al contrario, con quanta determinazione sia stata da lui scelta la strada di finanziare gli ammortizzatori sociali, concentrando al loro sostegno le magre risorse finanziarie pubbliche disponibili, grazie ai quali effettivamente negli ultimi due anni milioni di lavoratori hanno potuto mantenere pressoché stabile il loro tenore di vita, rimpinguando con cassa integrazione e sussidi il salario normale che scendeva o cessava. In questo Tremonti ha ragione da vendere e il Paese dovrebbe essergliene grato.

Dove però neanche lui è riuscito a incidere è stata la trincea delle lobby più potenti, quella innanzitutto dell’alta burocrazia pubblica, che difende con unghie e denti la propria storica autonomia di spesa e di sperpero nei mille rivoli dell’apparato amministrativo. In questo senso, la manovra è stata “di destra” nei fatti, perché ha danneggiato i meno abbienti, ma soprattutto elettoralmente controproducente, perché ha fatto arrabbiare tanti per portare a casa poco.

Le ragioni profonde di questo autogol politico sono però due, una tutta italiana, l’altra macroeconomica. La prima è questa: le condizioni della nostra finanza pubblica non sono gravi per la spesa corrente eccessiva, che lo è ma di poco, bensì per l’enorme accumulo di debito pubblico e per i costi finanziari che genera. Per correggere questa stortura occorrono politiche severe e durevoli negli anni, perché l’idea di intervenire col machete e raddrizzarla in due o tre anni comporterebbe scelte talmente impopolari - da una vera e propria tassa patrimoniale da stordire i tori a un incremento delle tasse - da risultare impraticabili per qualunque maggioranza di governo, di destra o di sinistra che fosse.

E questo è il punto: oggi il marketing della politica non concede tempi lunghi di “scambio di favori” tra ciascuna maggioranza e il suo elettorato. Nel quinquennio di legislatura che un gruppo di partiti “vince” se viene eletto al governo del Paese, deve starci anche la carota, non solo il bastone. Altrimenti saremo noi elettori per primi a non rivotare i nostri beniamini, delusi dalla loro irresolutezza.