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FINANZA/ Perchè nessuno crede alla “balla” della crisi Usa?

Gli Usa stanno giocando una partita geofinanziaria per garantire al dollaro il mantenimento del suo status di valuta globale. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Il più colossale caso di aggiotaggio e turbativa dei mercati a livello globale a cui si sia mai assistito. Ecco che cos’è la disputa sull’innalzamento del debito Usa che anche ieri ha affondato le Borse e mandato il prezzo dell’oro alle stelle, con grande gioia della banche d’affari.

Utilizzando Moody’s come braccio armato per tagliare ancora il rating sul debito della Grecia, a un passo dalla soglia predefinita di default da Caa1 a Ca e gettando così nuove ombre sulla crisi del debito Ue (come avevamo ampiamente preventivato già la scorsa settimana) che hanno portato all’immediato aumento dei rendimenti delle obbligazioni decennali italiane e spagnole, gli Usa stanno giocando una partita geofinanziaria per garantire al dollaro il mantenimento del suo status di valuta globale e, soprattutto, di divisa utilizzata nella trattazione delle materie prime.

Due, sono le strategia al riguardo. La prima, appunto, utilizzare i timori per un default che non ci sarà per affossare le Borse di mezzo mondo, principalmente quelle europee già deboli per lo scetticismo degli investitori verso la nuova funzione di bancomat obbligazionario affibbiata al Fondo salva-Stati dall’ultimo vertice europeo. Non state troppo a leggere i giornali e nemmeno ad ascoltare le dichiarazioni ufficiali delle parti in causa, guardate come si muovono i traders per capire cosa c’è sotto: insomma, seguite il denaro.

Nonostante i continui fallimenti dei politici Usa, infatti, la visione della stragrande maggioranza degli analisti è che un default non ci sarà e un accordo sarà certamente raggiunto entro il 2 agosto. Detto fatto, è bastato guardare i movimenti dei mercati asiatici l’altra notte per capire come stanno le cose: i Treasuries non hanno affatto subito vendite di massa, con i rendimenti dei decennali in modestissima salita e i trentennali addirittura al 4,31% (pensate che un nostro decennale prezza quasi il 6%). Sui mercati, inoltre, c’è calma piatta sia rispetto all’acquisto di cds sul debito sovrano Usa, uno degli indicatori dell’avversione al rischio degli investitori, sia sull’attività di short sul bonds governativi: gli occhi sono tutti puntati sui mercati dei cambi, quelli sì destinati a vivere grossi scossoni in caso - improbabile - di default e quindi taglio del rating Usa.

Per Mikio Kumada, direttore esecutivo della LGT Capital Management, «quello dell’assicurazione è un tema complicato perché tutti sanno i costi esorbitanti dell’assicurazione dell’ultimo minuto». Peccato che il cds Usa sia tutto tranne che caro, stante il rischio imminente che ci vogliono far credere stia gravando sul mondo: lo swap a 5 anni è a quota 58 punti base, ovvero con 58mila dollari vi assicurate per 5 anni dal rischio di esposizione a 10 milioni di debito sovrano Usa. Se a queste cifre, il cds non sale e la gente non compra, significa che nessuno prezza alto il rischio reale di default. Inoltre, il valore nozionale del mercato dei cds Usa resta molto piccolo, con appena 4,77 miliardi di dollari.