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FINANZA/ Perchè nessuno crede alla “balla” della crisi Usa?

Pubblicazione:martedì 26 luglio 2011

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Temo, fortemente, che gli Stati Uniti faranno quello che sanno fare meglio quando devono uscire da una crisi economica: una guerra, più o meno asimmetrica e dichiarata. Da tre giorni a questa parte, il nemico pubblico è nel mirino e anche il casus belli appare chiaro. La scorsa settimana, infatti, è stata inaugurata la Iranian Oil Bourse, piazza finanziaria con cui Teheran vorrebbe inserirsi nel mercato petrolifero e contemporaneamente bypassare le sanzioni statunitensi che non consentono il pagamento in dollari di beni e servizi offerti dall’Iran. Stando a quanto riportato da OilPrice e Financial Times, quello che appariva un tentativo destinato a fallire - la seduta inaugurale si concluse con un chiusura anticipata, poiché il prezzo di offerta del petrolio era troppo alto per qualsiasi potenziale acquirente - ora potrebbe diventare un serio pericolo per il ruolo egemonico non solo delle multinazionali Usa e del mercato dei futures (e quindi della grande speculazione, gente che per tutelare i propri interessi è pronta non a una ma a cento guerre), ma dello stesso dollaro come divisa di riferimento per le contrattazioni globali di commodities.

L’Iran, infatti, ha trovato un partner-compratore di peso in grado di far allargare le spalle alla sua Borsa petrolifera: la Cina, nemico giurato degli Usa, ma anche detentore numero due - il primo è la Fed - del debito americano, quindi da minacciare a parole ma contro cui evitare provocazioni eccessive. Non solo Pechino, che già è il principale acquirente del petrolio iraniano, ha rinnovato i patti di import annuale per il 2011, ma tra gennaio e aprile ha importato da Teheran 8.549 milioni di tonnellate di greggio, un +32% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. L’Iran è già il terzo fornitore della Cina, con circa un milione di barili al giorno, ma da giovedì scorso si prepara a essere qualcosa di più.

Teheran e Pechino stanno infatti discutendo ufficialmente dell’utilizzo di un sistema di baratto tra petrolio iraniano e beni e servizi cinesi, un chiaro bypass delle sanzioni Usa che hanno bloccato il pagamento di circa 20 miliardi di dollari da parte di Pechino verso l’Iran per l’importazione di petrolio. Insomma, Pechino non solo continuerà a comprare milioni di barili da Teheran ma finalmente potrà “pagarli” con merci e servizi e azzerare così il debito venutosi a creare negli ultimi due anni. Insomma, se i pagamenti cash sono congelati, ragione che ha portato a un forte svalutazione del rial iraniano, ma anche a enormi acquisti d’oro da parte della Banca centrale iraniana, ora si potrebbe almeno arrivare a questa sorta di baratto. Anche perché Cina e India, da sole, acquistano un terzo di tutto il petrolio iraniano.

Il problema non è tanto l’aperta provocazione verso Washington che questa mossa cinese rappresenta, quanto il fatto che molti altri paesi - se l’accordo andrà in porto - avranno un esempio concreto di come quando di tratta di hard assets per beni e servizi cinesi, la cosiddetta valuta di riserva globale sia completamente irrilevante. Insomma, la Cina sta dicendo al mondo - Russia e India soprattutto, ma anche Brasile e Messico - che non ha bisogno dell’intermediazione monetaria statunitense per acquistare petrolio e che quindi anche il debito che fa da collaterale al biglietto verde non è più questione rilevante. Tanto più che mentre Nuova Delhi non esporta quasi nulla verso Teheran, Pechino è vitale per l’economia iraniana poiché è coinvolta in quasi tutte le operazioni infrastrutturali legate al petrolio - visto che il mercato è molto problematico per le compagnie europee, timorose di infrangere le sanzioni - ma anche nella costruzione di ponti e tunnel e altro ancora, fino all’import di giocattoli.


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