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FINANZA/ Ecco perché l’Europa rischia più degli Usa

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Vediamo quindi le cifre. Martedì il Tesoro ha collocato 10 miliardi di euro in titoli semestrali e biennali, ma i rendimenti sono saliti in maniera netta, visto che il bond a 6 mesi ha pagato un rendimento medio del 2,269% contro l’1,988% dell’ultima asta con una ratio bid-to-cover (ovvero domanda/offerta) di 1,56 contro l’1,72 precedente, mentre quello a 2 anni ha pagato un rendimento del 4,038% contro il 3,219% dell’asta precedente a fronte di una ratio bid-to-cover in discesa al 1,66 dall’1,87.

Ovviamente, lo spread tra titoli italiani e Bund tedesco era tornato ad allargarsi da 270 punti base a 300 per poi ritracciare e assestarsi nel pomeriggio a 292 pbs, meno dei 330 punti base del picco della scorsa settimana, ma comunque affetto da alta volatilità e movimenti a strappo tipici dei climi di incertezza. In Spagna, invece, il Tesoro ha collocato 750 milioni di euro di bond trimestrali a un rendimento medio dell’1,899% contro l’1,568% dell’asta precedente e con una netta diminuzione della domanda, passata da un ratio di 9,5 a giugno a 6,3 di ieri. Male, a livello di richiesta, anche l’asta dei semestrali, che pur avendo raccolto 2,14 miliardi di euro, ha registrato un rendimento medio del 2,519%, il massimo da dicembre 2010 e una ratio bid-to-cover del 2,2 contro il 3,8 dell’asta di giugno. In rialzo anche lo spread, salito a 316 punti base prima dell’asta e volato a 329 a collocamento avvenuto.

«Il dato più importante che ci giunge da queste aste è che i rendimenti sono molto, molto più alti. Non è una bella situazione in cui trovarsi», dichiara Marc Ostwald, analista alla Monument Securities di Londra, secondo cui «il dato di fatto è che l’accordo raggiunto la settimana scorsa in sede europea ha garantito un sollievo di brevissimo respiro». Insomma, Italia e Spagna viaggiano su binari paralleli e non sono traiettorie di sicurezza, a meno che non incorrano proposte di implementazione del fondo salva-Stati, ipotesi che Wolfgang Schauble sembra aver preventivamente bocciato.

E la tanto disastrata America, ormai alle soglie dell’apocalisse? In attesa del responso della politica allo stallo sui negoziati in vista della deadline del 2 agosto, sempre martedì ci hanno pensato i mercati a prezzare il rischio reale che corrono gli Usa, attraverso la prima delle tre aste di Treasuries fissate per questa settimana e chiamate a rifinanziare debito per 99 miliardi di dollari. Si è cominciato appunto martedì con i biennali per un controvalore di 35 miliardi di dollari e il risultato è stato chiaro: Washington ha piazzato tutto lo stock previsto con prezzi in aumento, un rendimento massimo dello 0,417%, poco più alto dello 0,395% di giugno e una ratio bid-to-cover del 3,14, di poco in salita rispetto al 3,08 di un mese fa.

Direte voi, con un rating AAA è ovvio che si piazza debito a rendimenti più bassi: ma se arriva il default e con esso un downgrade? Partiamo dall’ipotesi default e guardiamo a uno dei principali indicatori in tal senso, ovvero il valore dei credit default swaps. ll cds Usa, infatti, è tutto tranne che caro, stante il rischio imminente che ci vogliono far credere stia gravando sul mondo intero. Ieri lo swap a 5 anni era a quota 55,8 punti base, in calo dell’1,71%: ovvero, con 55.800 dollari ci si assicura per 5 anni dal rischio di esposizione a 10 milioni di debito sovrano Usa. Solo quattro giorni fa, quando l’ipotesi di accordo appariva più vicina, prezzava 58 punti base. Se a queste cifre, il cds non sale e la gente non compra, significa che nessuno prezza alto il rischio reale di default.


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