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FINANZA/ Ecco perché l’Europa rischia più degli Usa

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Inoltre, il valore nozionale del mercato dei cds Usa resta molto piccolo, con appena 4,77 miliardi di dollari e questo ha immediatamente depotenziato la notizia lanciata dalla Isda, la stessa istituzione che si rifiuta di dichiarare il fallimento della Grecia, secondo cui in caso di mancato pagamento dei propri onori sul debito, gli Usa avranno tre giorni prima che scattino le clausole di default e si attivino i premi da pagare sui cds sovrani. Ma scatteranno davvero quelle clausole? Balle.

Primo, perché la norma dei tre giorni per esperire ai propri obblighi di pagamento può essere statutariamente implementata. Secondo, anche prendendo in esame lo scenario peggiore, ovvero l’obbligo di pagamento dei cds, le perdite sarebbero contenute - esattamente la metà - a fronte degli oltre 9 trilioni di dollari di Treasuries su mercato. Inoltre, le entità finanziarie che hanno collocato i cds e che quindi sarebbero chiamate a pagare il contratto assicurativo, potrebbero ricevere il valore del contratto proprio in Treasuries, i quali anche se valutati sotto la parità potrebbero comunque mantenere il 90% del loro valore. Nessun terremoto nemmeno dai cds, quindi.

Inoltre, bisogna sempre ricordare che nonostante i toni apocalittici e ultimativi usati negli ultimi giorni, Barack Obama ha ancora qualche carta da giocare per evitare il default, anche in caso di mancato accordo politico. Ad esempio, sfidare la costituzionalità del tetto di debito al Congresso in base al 14mo emendamento della Costituzione, il quale recita che «la validità del debito pubblico degli Stati Uniti non potrà essere messa in discussione».

Questo atto attiverebbe immediatamente la Corte Suprema, chiamata a pronunciarsi sul principio di costituzionalità e quindi in grado di garantire un lungo spazio di respiro al debito (vista la delicatezza e la complessità della materia), ponendo in essere misure d’emergenza per priorizzare i pagamenti e massacrando ancora per un po’ a colpi di instabilità le Borse europee (le quali, avrete notato, quando cadono lo fanno con un tonfo, mentre Wall Street difficilmente va sotto il -1,60%). Non a caso, Bill Clinton ha già suggerito a Obama di seguire questa strada.

C’è poi l’opzione nucleare, ovvero il fatto che il Tesoro Usa potrebbe eliminare in un colpo solo l’intera detenzione di Treasuries della Fed, guadagnando così altri due anni attraverso una semplice transazione contabile. Certo, un’operazione simile farebbe schizzare l’oro a 3mila dollari l’oncia, ma di fronte al baratro è un’opzione praticabile.

Veniamo ora alla seconda ipotesi, ovvero downgrade senza default. Prima di tutto, di fronte agli Usa e non alla Grecia, i vigilantes obbligazionari non stanno certo ad ascoltare i pareri inutili di Standard&Poor’s e si creano da soli il loro giudizio. Esiste poi il precedente giapponese che ci insegna come un downgrade non significhi automaticamente rendimenti fuori controllo e quindi interessi che si impennano. Tokyo ha subito più di un abbassamento del suo rating, ma questo non ha fermato la corsa al ribasso dello yield decennale nipponico, giunto a un certo punto a pagare lo 0,5%.


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