BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

FINANZA/ 1. Bertone: Italia in crisi, chi pagherà il conto?

Pubblicazione:venerdì 29 luglio 2011

Foto Ansa Foto Ansa

Sotto l’incombere della rabbia dei mercati, 17 parti sociali italiane hanno siglato un comunicato congiunto in cui si fa notare che “occorre ricreare immediatamente nel nostro Paese condizioni per ripristinare la normalità sui mercati finanziari”. Insomma, placare l’ira del Dio mercato. Almeno per una volta, il che è molto positivo, si lasciano da parte le sciocchezze sui complotti delle agenzie di rating (su cui indaga, chissà perché, la procura di Trani) o altre facezie sugli oscuri fini della finanza massone, tedesca o cinese.

Il mondo, investitori italiani compresi (che hanno l’obbligo di difendere i risparmi loro affidati, non di fornire i capitali a imprese campate in aria), ha deciso di stare alla larga da un Paese che, fino a oggi, si è ostinato a credere nel profondo che la crisi fosse passeggera o che comunque non richiedesse drastici cambiamenti nei comportamenti. Insomma, si prende atto che i mercati vogliono imporci quello che il buon senso avrebbe potuto suggerici già da tempo. Ma che, sfruttando il comodo alibi della rissosità della politica, la classe dirigente non ha voluto vedere. Eppure, le riforme vere, quelle che possono sorprendere i mercati, non soni difficili da individuare.

Il primo problema italiano, si sa, è la crescita del Pil. Cosa difficile da ottenere per un Paese che non solo invecchia, ma si concede il lusso di non far lavorare il 29% dei giovani sotto i trent’anni. O di lasciare a casa quasi la metà delle donne, in attesa che si costruiscano asili e sovrastrutture che richiedono anni e danari che non ci sono. Perché non procedere, d’imperio, a una detassazione del salario di donne e giovani da finanziare con l’allungamento dell’età di lavoro?

Perché non farla finita con l’andazzo dei prepensionamenti che hanno consentito a interi settori (vedi l’editoria) di tornare in profitto a spese della fiscalità generale? Perché non procedere d’imperio nella realizzazione delle opere già finanziate dall’Unione europea e che stanno ferme vuoi per ostilità di comunità locali, vuoi per intreccio di interessi più o meno clientelari o per opposizioni anche violente tollerate per ignavia più che per rispetto del dissenso? Basta leggere la cronaca di un giorno qualsiasi per capire le ragioni per cui è così difficile smontare i costi della politica: l’arma dei veti incrociati ha consentito la crescita di lobbies esose e senza scrupoli, che trovano la loro palestra per esercitarsi negli egoismi delle professioni (vedi gli avvocati) o nella scuola degli enti locali.


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >

COMMENTI
29/07/2011 - Default (Mariano Belli)

"lavorare a 70 anni" mi sembra decisamente troppo, andrebbe bene solo su base volontaria ma senza penalizzare chi ha già 40 anni di contributi.....ma quanti anni di contributi ci vorranno per andare in pensione : 50? E quelli che stanno godendo di pensioni dopo averne versati solo per 20 anni? Tagliassero quelle di pensioni, altrimenti la macroscopica sperequazione sarà materia per le aule giudiziarie.... Il punto centrale è che è stato accumulato troppo debito : o strozziamo e uccidiamo il Paese, oppure si va in default (meglio prima che dopo...). Spero che "lassù" lo capiscano in tempo....