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FOXCONN/ Un milione di robot al posto degli operai. Il sindacalista: un processo inarrestabile

Pubblicazione:lunedì 1 agosto 2011 - Ultimo aggiornamento:lunedì 1 agosto 2011, 19.19

Un milione di robot per produrre componenti iPhone e iPad al posto dei lavoratori Un milione di robot per produrre componenti iPhone e iPad al posto dei lavoratori

Un milione di robot entro tre anni. È questo il piano della Foxconn International Holdings, multinazionale leader nei componenti elettronici, un giro d'affari da 60 miliardi di dollari che rifornisce dispositivi come iPhone, iPad Apple, PlayStation Sony e i grandi marchi dell'elettronica come  Dell, Nintendo, Microsoft o Nokia. Una notizia, annunciata dal fondatore Terry Gou, che mette a rischio il lavoro dei dipendenti, un milione e duecentomila persone circa distribuiti in tredici fabbriche cinesi. Un piano che non ha precedenti nella storia. Già in passato si era parlato della Foxconn holdings a causa dei numerosi suicidi avvenuti tra gennaio e febbraio. Quattordici casi sospetti che aprivano uno squarcio desolante sulle condizioni di lavoro e le probabili discriminazioni razziali tra dipendenti cinesi e dipendenti di Taiwan.
Se la decisione verrà presa potrebbe estendersi ad altri settori generando un effetto domino difficilmente prevedibile. Un mutamento che potrebbe ricordare quanto avvenuto nel settore dell'auto in America. «Sono numeri che spaventano anche per effetto della globalizzazione - dice a IlSussidiario.net Fiorenzo Colombo, direttore di Bibliolavoro, l'istituto culturale per la formazione sindacale della Cisl -. I sistemi, infatti, non sono più chiusi, ma interdipententi. Questo rende lo stabilimento di cui stiamo parlando uno stabilimento "globale", le cui decisioni, avranno degli effetti che andranno al di là dei propri confini nazionali». Ha senso però opporsi all'automazione? «No, stiamo parlando di processi inarrestabili, che abbiamo vissuto anche noi negli anni Settanta e Ottanta nel campo dei servizi e dell'attività manifattureria. L'automazione ha ridotto gradualmente il numero dei siti produttivi ha portato alle prime fusioni aziendali, ha portato a ridiscutere gli orari di lavoro e nel tempo ha portato gli stabilimenti verso Est. Un processo che non sembra proprio doversi arrestare».


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