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FINANZA/ 2. Ecco le balle sulla crisi delle borse

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È questa la logica dietro la follia che ha preso all’improvviso le borse. Perché scendono se non siamo in presenza di bolle speculative, né di una recessione prossima ventura (Usa e Ue si muovono piano, eppur si muovono)? Se non falliscono Stati Uniti, Grecia, Spagna o tanto meno Italia? Davvero la neuro-finanza ha rimpiazzato la turbo-finanza?

La risposta più immediata è che gli indici borsistici s’abbassano perché sono saliti molto in quasi tutti i paesi (Italia esclusa). Il Dow Jones a fine luglio segnava 12 mila, nello stesso periodo del 2009 era a 9 mila. Difficile prevedere un nuovo rally senza una scossa all’insegna del binomio rigore e sviluppo. E se la svolta non c’è, s’aggiustano al ribasso.

Gli investitori non si fidano dei governi, incapaci di risanare le finanze pubbliche. Si tratta di un passaggio chiave perché un livello tanto elevato di debito deprime le possibilità di sviluppo (un per cento meno di crescita se il rapporto con il Pil supera il 90%, secondo le stime di Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart). Ma non si fidano nemmeno delle imprese: tengono i soldi sotto il materasso e non li spendono. Riempiono la cassa e per investire continuano a prendere i soldi a prestito, visto che costa ancora poco. Insomma, siamo in una terra di nessuno. Ecco perché la situazione è pericolosa. Per capirlo forse ci vuole uno psicanalista più che un economista.

In questa situazione, la politica assume un ruolo più forte del solito. Il giudizio di Standard & Poor’s che ha spinto l’agenzia a togliere le tre A agli Stati Uniti è politico: le divisioni tra Repubblicani e Democratici più le incertezze dell’Amministrazione. Così come per il Portogallo che ha da poco cambiato maggioranza, la Spagna che si prepara a elezioni anticipate o per l’Italia lacerata da lotte intestine. I governi prendono cappello e, in questo gioco a rimpiattino con i mercati, mostrano il volto dell’arme anche quando sono già pronti alla resa. Ma tutti sanno bene come stanno le cose.


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