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Economia e Finanza

FINANZA/ 1. Gotti Tedeschi: vi spiego i 25 anni di errori che fanno "ballare" le Borse

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Sì, dopo il 2008 gli Usa e l’Europa hanno stabilito delle exit strategy diverse tra loro per uscire dalla crisi: negli Usa, dove era altissimo il debito delle famiglie e basso quello pubblico, lo Stato è intervenuto per salvare il debito delle famiglie (“nazionalizzazione del debito delle famiglie”) sostenendo le banche. Le banche non erano deboli, ma lo stavano diventando perché il debito delle famiglie non veniva rimborsato. In altre parti d’Europa, invece, era alto il debito degli stati rispetto a quello delle famiglie e quindi c’è stata la “privatizzazione dei debiti pubblici”. Adesso ci si è resi conto che queste exit strategy non stanno funzionando e quindi si è creata grande incertezza sui mercati, perché gli Usa hanno perso una certa dose di credibilità nel loro ruolo di guida globale, l’Europa è in difficoltà dato che ha una moneta unica, ma non un governo unico, e stanno crescendo i paesi asiatici: è come se fossimo di fronte a un nuovo ordine economico mondiale. A questo punto i mercati e le Borse ne risentono e si chiedono cosa fare.

 

Secondo lei, cosa faranno?

 

Probabilmente usciranno da una parte ed entreranno da un’altra; magari stanno già vendendo i titoli in Occidente e li stanno comprando in Asia. Poi c’è anche l’effetto della speculazione che segue le tendenze. Se quindi la tendenza è uscire da un mercato per entrare in un altro, la speculazione anticipa e accelera questo fenomeno. Quello che stiamo vedendo oggi, lo ribadisco in ogni caso, è il consolidamento di una situazione che era già “malata” da 25 anni. Il male che noi oggi stiamo sopportando è l’esasperazione del voler far aumentare il Pil nel mondo occidentale, che non poteva crescere con naturalità perché ha deciso di non fare figli. Dobbiamo renderci conto di questo, perché a volte anche nel mondo cattolico ci si vergogna di dirlo. Crescita zero vuol dire che il Pil aumenta solo se le persone consumano di più e quando le persone non hanno quasi più redditi per consumare si indebitano, i valori delle imprese si gonfiano, perché si pensa che il tasso di crescita sia alto, e quando ci si rende conto che la crescita non era reale si sgonfiano.

 

Lei prima ha detto che in Europa gli stati con alto debito hanno deciso di “privatizzarlo”. In che modo?

 

Anzitutto coi tassi di interesse zero, che aiutano chi è indebitato, ma penalizzano chi risparmia. Poi si può decidere di usare la patrimoniale, che scoraggia il risparmiatore, ma soprattutto non serve a rilanciare l’economia. Un debito pubblico si assorbe solo con la crescita economica; se invece si assorbe vendendo beni pubblici o con imposte più o meno patrimoniali si riduce sì il debito, ma gli introiti vengono poi usati per nuova spesa pubblica. Usare il risparmio per chiudere il debito pubblico vuol dire privare il Paese di una risorsa essenziale per lo sviluppo economico: il denaro che confluisce nel sistema industriale, che crea ricchezza e occupazione. Se per una questione di emergenza si è costretti a interventi significativi, meglio comunque un’imposta sui redditi che una patrimoniale, perché l’uso di quest’ultima equivarrebbe a dire che non si vuol far crescere l’economia per assorbire il debito pubblico. Tanto per essere chiari, è inutile sprecare il risparmio con una patrimoniale che andrebbe a ridurre di quasi niente il debito pubblico e che permetterebbe di fare nuova spesa pubblica. Una patrimoniale è il tipico esempio del cittadino che diventa sussidiario ai bisogni dello Stato, invece che essere il contrario.

 

Per l’Italia il debito pubblico sembra però una zavorra fortemente penalizzante agli occhi dei mercati.