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FINANZA/ 2. Quel divieto di short che non salva le Borse

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Piazza Affari (Foto Imagoeconomica)  Piazza Affari (Foto Imagoeconomica)

Utilità dell’operazione di bando della Consob e soci europei? Pressoché zero, per più di un motivo. Ma veniamo alla cronologia della mattinata di venerdì per capire come senza l’effetto psicologico di questa mossa Piazza Affari avrebbe conosciuto - insieme a Parigi - l’ennesimo venerdì nero. Ecco la cronologia: alle 9:09 del mattino, Borsa Italiana vieta gli stop orders sulle rinegoziazioni dei derivati sul suo indice principale, il Ftse Mib. Ovvero, divieto di utilizzare gli “stop loss orders”, strumenti che consentono di determinare una soglia di valore al di sotto della quale la posizione presa sul mercato viene automaticamente chiusa, limitando la perdita. Alle 9:19 Milano parte in rosso, con il Ftse Mib al -2,2%. Detto fatto, alle 9:27 la Consob annuncia lo stop alle vendite allo scoperto per 15 giorni. Et voilà, Piazza Affari vola.

Insomma, aver bloccato le contrattazioni di futures sul Ftse Mib giovedì sera non era servito, occorreva l’opzione nucleare della Consob. Ecco al riguardo, le efficaci parole utilizzate sabato da Luigi Zingales su Il Sole 24 Ore: «Alla fine banche e società finanziarie hanno ottenuto, come sempre, quello che volevano. Dopo aver ottenuto dall’Europa un forte annacquamento delle regole contabili del loro attivo, dopo aver ottenuto dal Governo italiano un’esenzione dalla contabilizzazione delle perdite sui titoli di Stato, hanno ottenuto ieri dalle autorità dei principali paesi europei la proibizione delle vendite allo scoperto sui loro titoli. Dove finirà? In un appello al Paese, alcuni banchieri e finanzieri italiani hanno già richiesto il divieto della diffusione dei rating sui prodotti finanziari. I prossimi passi saranno la “temporanea” sospensione dell’obbligo di presentare un bilancio e la censura su tutte le notizie negative? Qualsiasi critica alle banche sarà considerata un reato di lesa maestà, punito con la reclusione da uno a cinque anni. E siccome è stato dimostrato che le Borse scendono quando a New York il tempo è brutto, sarà impedito ai giornali di riportare le condizioni atmosferiche e le previsioni sul tempo nella Grande Mela. Di fronte alla crisi del modello americano, i nostri banchieri e politici sposano il modello cinese: censura e repressione».

Sacrosanto, da far ciclostilare e distribuire come lettura obbligata in tutte le facoltà di economia italiane (diffonderla in Parlamento, purtroppo, appare un mero e inutile esercizio di stile). Ma veniamo ora all’elenco delle criticità. Primo, basti ricordare l’esempio della Sec americana, che impose un stop allo short selling il 18 settembre 2008, tre giorni dopo il crollo di Lehman Brothers: un mese dopo, alla fine del bando, il mercato equity Usa aveva per il 48% del valore. Perché? Il bando dello short selling drena liquidità ai mercati rendendoli meno capitalizzati (quindi, paradossalmente, più vulnerabili agli attacchi) e ostacola il processo di prezzatura dei titoli.

Di più, i cosiddetti ribassisti o short sellers non fanno cadere i titoli, scommettono solo sul loro calo, come si può scommettere alla Snai sul calo in campionato di Milan o Inter, ovvero sulle loro sconfitte: quindi, come tutti gli speculatori, salgono in giostra a crisi già avviata, non la generano. Se la scommessa al ribasso paga e convince gli investitori a vendere i titoli che hanno in mano, spesso è perché il loro pessimismo è giustificato da dati, cifre e fondamentali: e nessun bando può vietare alle verità di venire a galla.



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