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Economia e Finanza

FINANZA/ 2. Quel divieto di short che non salva le Borse

Venerdì scorso è arrivato lo stop alle vendite allo scoperto per i mercati di Italia, Francia, Spagna e Belgio, che sembra aver ridato fiato a Piazza Affari. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

Piazza Affari (Foto Imagoeconomica)Piazza Affari (Foto Imagoeconomica)

«Buon Ferragosto a questo inatteso Bottarelli schierato contro la speculazione!», così il lettore Giuseppe Crippa concludeva il suo commento al mio articolo di venerdì scorso (grazie dell’augurio, spero che anche il suo Ferragosto sia stato buono). In effetti, riletto a mente fredda e dopo un paio di giorni di riposo con il computer spento e le Borse chiuse, il tono della mia critica appariva eccessivamente populista verso la speculazione, facilmente travisabile poiché intesa - nella mia intenzione - verso gli eccessi distorsivi di chi utilizza insider trading, false comunicazioni e turbative dei mercati e non verso il libero mercato e i suoi strumenti, che difendo e difenderò fino alla morte. Cercherò di spiegare, a bando dello short selling introdotto, cosa penso davvero di mercato, speculazione, divieti e soggetti operanti.

Dunque, alla fine, lo stop alle vendite allo scoperto è arrivato per i mercati di Italia, Francia, Spagna e Belgio. Da venerdì scorso e per quindici giorni, quindi, la Consob e le altre autorità di vigilanza delle Borse interessate hanno deciso l’adozione di misure restrittive sulle posizioni nette corte. Cosa sia lo short selling - e con esso la sua versione più spinta, nota come naked short selling - è presto detto, usando termini un po’ grezzi, ma che consentono a tutti di capire il meccanismo.

In un’operazione di short selling, un operatore prende in prestito da un broker o da una banca d’affari un certo ammontare di azioni pagando una sorta di caparra, quasi simbolica, con la promessa di ricomprarlo a una data prefissata, la cosiddetta “ricopertura della posizione”. Una volta presi a prestito i titoli, diciamo cento azioni della società xy per un valore di 10.000 euro (ovviamente i volumi sono ben diversi), l’operatore li rivende immediatamente sul mercato al prezzo d’acquisto - ovvero 10.000 euro - e punta sul loro ribasso, in modo che quando dovrà ricomprare le azioni sul mercato per consegnarle al broker o banca d’affari da cui le aveva inizialmente prese in prestito, potrà pagarle meno dei 10.000 euro pagati e quindi ottenere un profitto sulla posizione short.

Ad esempio, se il prezzo cala e comprare quei 100 titoli costerà 8.000 euro, l’operatore dello short avrà guadagnato 2.000 euro nell’operazione. Nel caso del naked short selling o short selling nudo, l’operatore vende i titoli presi in prestito prima ancora di averli fisicamente a disposizione, diciamo “sulla parola”.

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