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FINANZA/ 2. Quel divieto di short che non salva le Borse

Piazza Affari (Foto Imagoeconomica) Piazza Affari (Foto Imagoeconomica)

Devo ancora trovare un esempio in cui una banca solvente sia stata distrutta dalla speculazione al ribasso, mentre posso citare molti esempi di banche insolventi che sono state tenute in vita dall’appoggio e la connivenza con il potere politico (anche italiano). Ammesso e non concesso che si voglia colpire la speculazione, sarebbe meglio aumentare l’imposta sui guadagni in conto capitale realizzati su un orizzonte temporale brevissimo: quantomeno, in questo modo, la misura sarebbe simmetrica e penalizzerebbe sia la speculazione al ribasso che quella al rialzo.

Terzo, l’opacità e la frettolosità della decisione presa venerdì, figlia della paura da crollo più che di una reale necessità ed efficacia della stessa. Gli esperti legali delle varie piattaforme di contrattazione elettronica non regolamentata, tra cui Chi X e Bats Europe, sono stati impegnati in discussioni urgenti con l’Fsa, il regolatore londinese delle cosiddette dark pools, per capire se anche i loro clienti sono interessati dal provvedimento: le piattaforme alternative, con base a Londra, infatti sono sottoposte alle regole proprio della Financial Services Authority, la quale non ha adottato il provvedimento, spacciato invece per paneuropeo. E poi, facciamo chiarezza una volta per tutte: non sono solo mica i rapaci e tanto vituperati hedge funds a usare la tecnica dello short selling. Anzi, grossi beneficari di questa strategia di hedging sono gli stessi banchieri che vanno a piangere dalla Consob perché gli speculatori brutti e cattivi scaricano le loro azioni (chissà come mai non ho mai visto scommettere al ribasso sul titolo di una banca sana).

Ad esempio, la banca A si è coperta dal rischio di un aumento del valore del franco svizzero con un derivato con la banca B, a scadenza fra tre anni. Quando il franco svizzero sale, la banca A si trova ad avere un credito verso la banca B. Se la banca B non versa in buone condizioni finanziarie, la banca A vuole coprirsi dal rischio di non essere in grado di esigere quel credito fra tre anni. Per farlo, A deve comprare un credit default swap su B o vendere allo scoperto le azioni di B, sapendo che se B fallisce perderà il suo credito, ma guadagnerà sulla sua vendita allo scoperto. Non avete idea con che frequenza e volumi i banchieri piangenti ricorrono alla pratiche che poi fanno vietare agli altri soggetti del mercato.

Quarta criticità, il bando imposto dall’AMF francese comprende non solo il naked, ma tutti i tipi di short, ma chiunque mastichi un minimo di Borsa, sa benissimo che i titoli bancari coperti dalla nuova regolamentazione posso essere “attaccati” facilmente creando short sintetici, ovvero comprando puts (il compratore di un’opzione put acquisisce un diritto di vendere azione e quando si ha un diritto di vendita quello che conta e che il prezzo della azione si abbassi) e vendendo calls (con la vendita di una call, il cliente punta sul ribasso del mercato e vende il diritto ad acquistare il sottostante al prezzo di esercizio e incassa il premio) sulle azioni interessate.

Quinto: il bando finirà il 26 agosto, giorno in cui Ben Bernanke terrà il suo discorso alla riunione dei banchieri centrali Usa a Jackson Hole: se non annuncerà il terzo round di monetizzazione del debito, sarà crollo globale. Con il naked short di nuovo utilizzabile: complimenti per il timing.

Insomma, citando ancora Zingales: «Queste vendite allo scoperto, quindi, riflettono la scarsa fiducia che gli operatori finanziari nutrono sulla solvibilità dei loro colleghi. [...] La speculazione al ribasso è l’unica forma di trasmissione di notizie negative. Banchieri e politici possono intimidire o corrompere tutte le altre forme di informazione, non il mercato. Per questo cercano di metterlo a tacere». Amen.

Vi chiederete cosa penso del decreto legge sulla manovra d’emergenza? Onde evitare querele per me e la testata che mi ospita (sono un po’ fumino), vi rimando all’editoriale di domenica scorsa del professor Luca Ricolfi su La Stampa. Lo condivido al 100%.