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ACQUA/ Financial Times: la soluzione è un'industria globale. Il parere dell'esperto italiano

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Com'è esattamente oggi la situazione in questi Paesi poveri? "Va detto che la popolazione di questi Paesi in attesa che vengano portati i tubi dell'acqua in casa non rimane senza. La comprano invece a prezzi molto alti da rivenditori privati. Ci si avvale poi di servizi igienici precari e gestiti in modo collettivo in mezzo alle strade. Chiunque abbia girato un po' nei Paesi del terzo mondo è consapevole di questa situazione. Ancora oggi a Pechino, capitale di una delle più grandi potenze industriali del mondo, la disponibilità di servizi igienici nelle case non è ancora una realtà per tutti. Ci si avvale di servizi collettivi dove pagando pochi soldi si entra, si fa pipì, ci si fa la doccia, etc.
La popolazione di questi Paesi paga già molto caro il prezzo dell'acqua. Pagherebbe meno se si entrasse in una logica di servizio a rete come lo conosciamo noi. Si tratta tuttavia di fare investimenti elevati".
Nell'articolo del Financial Times si dice che le aziende idriche inglesi sono quelle maggiormente in grado di introdursi sul mercato internazionale e a livello globale: "Io non lo credo. E' vero che l'industria idrica inglese ha delle grandissime capacità dal punto di vista ingegneristico, ricordiamo che fu proprio in epoca vittoriana che si definì il servizio idrico moderno come oggi lo consociamo tutti. Ma queste compagnie non sono altrettanto abili a gestire la parte commerciale del servizio. Le uniche due vere società infatti che operano con successo a livello internazionale e globale sono francesi. Queste hanno sviluppato un modello diverso da quello inglese che si basa, un po' come il nostro, sul monopolio assoluto sul territorio nazionale e arrivando anche a quotarsi in Borsa".
Qual è il motivo allora del ritorno di interesse da parte inglese per l'argomento acqua? "Credo che oggi se ne riparla perché in tempo così turbolenti l'investitore per assicurare i suoi risparmi o i fondi pensioni è alla ricerca di nuove fonti economiche che garantiscano guadagni non a breve tempo, ma una sorta di parcheggio sicuro a lungo periodo e l'acqua può rappresentare questa possibilità perché se c'è un bene di cui avremo bisogno per sempre questo sono i servizi idrici".
Ci sono imprese italiane che operano all'estero come quelle inglesi e francesi? "Sì, ad esempio l'Acea di Roma che ha lavorato molto bene e con successo in America latina,  a Bogotà. Le imprese italiane, come quelle inglesi, vengono da una tradizione di servizio radicato sul territorio nazionale, non hanno una tradizione culturale del proporsi all'estero, ma le possibilità ci sono. La chiave di un progetto internazionale è quella di riflettere non sul tipo di impresa, ma sul tipo di contratti che le imprese stipulano con gli enti locali: decidere cioè se investire, gestire, limitarsi a servizi tecnici. Ci sono molte gamme di coinvolgimenti possibili, la Acea ne ha sperimentati vari con certo successo".
In Italia, anche alla luce dei recenti referendum contrari alla privatizzazione dell'acqua, come sarebbe vista la proposta di un mercato globale e multinazionale dell'acqua? "Io sono stato fra quelli che sui referendum mi sono schierato in modo fortemente e critico contro la campagna referendaria benché io non sia un sostenitore della legge Ronchi. Non sono un privatizzatore a oltranza e neanche un difensore dell'acqua pubblica a oltranza. Non è il gestire l'acqua il problema, ma il flusso finanziario di cui il gestore si avvale. E' probabile che le imprese italiane in un mercato nazionale asfittico e bloccato come il nostro, decidano di  rivolgersi con più interesse al mercato straniero dove possono trovare il modo di svilupparsi. Per quanto riguarda il referendum, credo che nella peggiore delle ipotesi ci fa fare un passo indietro di vent'anni, a prima della legge Galli. Penso che alla fine si troverà una soluzione all'italiana, ma per qualche anno ci sarà una impasse per timore di sollevare polveroni in ricorsi e controricorsi da parte dei referendari che terrà il mercato bloccato e fermo".

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