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Economia e Finanza

GEOFINANZA/ Così gli Usa tengono in ostaggio l’Europa e le Borse

Ben Bernanke, Presidente della Fed (Foto Ansa)Ben Bernanke, Presidente della Fed (Foto Ansa)

Insomma, a poche ore dall'apertura delle Borse asiatiche, la Banca centrale americana fa sapere al mondo che sospetta le banche europee di essere insolventi e che è preoccupata non tanto per l’economia Usa, ma per la crisi europea del debito e il suo possibile contagio: detto fatto, i listini crollano trascinati al ribasso dai titoli bancari.  Che strano, però. Proprio grazie a documenti della Fed resi noti a metà giugno, infatti, il mondo aveva scoperto che negli ultimi sette mesi di operatività del programma, i principali (e quasi unici) beneficiari dei 600 miliardi di secondo round di quantitative easing erano stati proprio gli istituti di credito europei operanti negli Usa, protagonisti di un rapido rimpatrio di quel cash utilizzato da filiali sul territorio nazionale per tamponare l'esposizione a Grecia, Irlanda e Portogallo.

Il motivo? Mantenere alto il valore dell'euro grazie a questo flusso di fondi, scambiando il salvataggio delle banche con la limitazione dell'output economico europeo (ovvero meno export a causa dell'euro forte). Pensate a un'altra coincidenza: a fronte del continuo apprezzamento del franco, la Svizzera il 12 agosto scorso faceva sapere che stava pensando a un legame fisso della sua moneta all’euro, il cosiddetto peg. Cosa significherebbe? Che quando vorrà svalutare il franco, la Banca centrale svizzera ne stamperà la quantità necessaria per acquistare titoli di Stato europei e non più Treasuries Usa. Non potendo usare un'altra volta la panzana delle armi di distruzione di massa, magari questa volta nascoste in fondo al lago di Lucerna, il 17 agosto scorso la Federal Reserve di New York ha fatto sapere che la Banca centrale svizzera aveva chiesto alla Fed un prestito di 200 milioni di dollari per sostenere una grande banca elvetica in difficoltà a fronte di scadenze contratte in dollari negli Usa. Detto fatto, altro attacco frontale dei mercati ai titoli bancari europei, nonostante la smentita di Berna.

Nel frattempo, i rendimenti dei Buoni del Tesoro Usa decennali scendono sotto il tasso d’inflazione, pagando un 1,8% sui buoni decennali, ovvero facendo perdere dei soldi a chi investe (e per acquistarli c'è la fila, visto che a fronte delle continua cattive notizie sul fronte europeo, gli investitori ritengono ancora l'America il Paese rifugio) e le banche europee non trovano più compratori per i propri titoli di debito, medesimo pattern di cui sono rimaste vittime Italia e Spagna per il debito sovrano. Anche il prestito interbancario si blocca per sfiducia tra istituto e istituto, raggiungendo i livelli di congelamento pre-Lehman Brothers.

Insomma, banche d'affari, Fed e stampa specializzata tutte insieme per difendere il dollaro e l'economia Usa, in attesa del terzo round di quantitative easing e a tutto discapito dell'euro. I focolai di nuova tensione in Siria, Israele, Egitto, Libia e tra poco Iran, dopo l'annuncio russo della costruzione di una nuova centrale nucleare, non sono casuali: la guerra non si fa più con cannoni e aeronautica, bastano le Borse e la destabilizzazione di servizi segreti e terroristi a orologeria.