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MANOVRA/ Tutti i nodi da sciogliere di un sindacato "da pensionati"

Luigi Angeletti, Susanna Camusso e Raffaele Bonanni (Foto Ansa) Luigi Angeletti, Susanna Camusso e Raffaele Bonanni (Foto Ansa)

In Italia co-esistono due modelli, distinti tra loro e per certi aspetti contrapposti. Il primo è quello importato negli anni Ottanta dalle Isole nipponiche in molti paesi europei (anche in Francia e in Germania): in giapponese esiste un termine kaizen, evoluzione graduale e progressiva ma all’insegna della tradizione aziendale e della continuità.

Le medie imprese seguono, invece, un altro modello - ben individuato dall’economista inglese D.H. Pyle nei “distretti” dell’Italia centrale e della costiera adriatica e ionica: mutamento tramite discontinuità in stile anglosassone - ossia cambiamenti secchi caratterizzati da segnali forti a tutti gli interessati (dipendenti in primo luogo). Il sindacato ha un compito cruciale nel contribuire a definire il mix appropriato tra questi due modelli.

Chiaramente un’intesa su come sciogliere il primo nodo è la premessa per risolvere il secondo e porre le basi per delineare i contenuti di un eventuale “patto”. Il passato non può cambiare, ma non può neanche tornare. Un “patto” difensivo è votato al fallimento, come lo sono stati il Patto di San Tommaso del 1993 e l’Accordo di Natale del 1998. Occorre oggi un “patto” molto più aggressivo di quello, limitato peraltro al welfare, di circa cinque anni fa: un “patto” che promuova meritocrazia, mobilità sociale, disponibilità al mutamento di mansioni e di sede di lavoro, con l’obiettivo di portare l’industria italiana in posizione di leadership non di traino.

Tuttavia, pare che molti esponenti del sindacato stiano dedicati tempo ed energie a tentare di smontare, a fini particolaristici (ove non clientelare), una riforma del Cnel (art. 17 del decreto 138) basata sull’esperienza di analoghi organi in altri paesi, sulla documentata presenza (e, di converso, assenteismo) di alcune categorie ai lavori e alla stesura di documenti sull'effettiva alta competenza e qualificazione e sulla crescente importanza del Terzo settore.

Un piccolo gruppo di autoconvocati si presenterebbe come rappresentativo di tutto l’organismo e avrebbe anche espresso la minaccia di bloccarne il funzionamento. Pur una strategia “aggressiva” nella definizione Oil i leader delle confederazioni dovrebbero sconfessare pubblicamente gli “autoconvocati”. Hanno l’opportunità di farlo al Meeting di Rimini dimostrando a tutti che vanno nella direzione giusta per il bene di tutti, soprattutto dei giovani.

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