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ELKANN/ 1. Bertone: quel "ribaltone" di Rimini che fa bene a Fiat e al Paese

Pubblicazione:giovedì 25 agosto 2011

John Elkann sul palco del Meeting di Rimini (Foto Ansa) John Elkann sul palco del Meeting di Rimini (Foto Ansa)

«La Fiat continuerà a fare auto. Ma la vera domanda è che cosa ha intenzione di fare l’Italia, se l’Italia ha voglia di fare auto. È necessario creare le condizioni perché si investa nel Paese». Così, parlando al Meeting di Rimini, John Philip Elkann ha ribaltato i termini della questione sollevata da Il Corriere della Sera proprio alla vigilia degli incontri di Rimini.

Non si tratta di andare a Canossa perché “oggi la Fiat ha bisogno dell’Italia”, come chiudeva l’editoriale di prima pagina del quotidiano di via Solferino. Semmai l’azienda, che fa capo a un gruppo familiare che nel suo passato” ha affrontato tante tempeste”, non cambia la sua missione di grande produttore di auto. Ma si domanda se l’Italia ha la credibilità per continuare a un essere un grande protagonista nell’industria dell’auto, cosa che richiede scelte precise per essere competitivi sui mercati internazionali senza farsi troppe illusioni sulla domanda interna, ai minimi dal 1996, l’unica su cui potrebbe incidere (e non di molto) l’aiuto diretto della politica. Piazza Affari, finalmente, applaude.

Insomma, il processo alla Fiat e, in particolare, a Sergio Marchionne, si trasforma in un processo ai ritardi e ai limiti culturali della classe dirigente di casa nostra. Gli alibi non valgono più: o il Paese torna a creare ricchezza oppure non ha futuro. Un giudizio che accomuna Elkann e Sergio Marchionne al presidente Giorgio Napolitano, cui non a caso i vertici Fiat hanno reso omaggio domenica a Rimini, rivelando contatti precedenti di cui non c’era traccia nelle cronache.

La Fiat, lungi dal preparare gli scatoloni per il trasloco a Detroit, mantiene la testa italiana anche se, per scelta e per necessità, rifiuta di piegarsi ai rituali e alle furberie della vita politica nostrana. È un comportamento “di destra”, quando Marchionne esige per le fabbriche italiane la stessa libertà di azione di cui Fiat gode in altri Paesi, dagli Usa al Brasile, e al Messico e alla Polonia. È un atteggiamento “di sinistra”, quando il gruppo invoca “una maggior credibilità”, cosa che impone di guardare alla crisi con un atteggiamento più responsabile anche dal punto di vista etico da parte della classe dirigente. Senza escludere un intervento sui patrimoni dei più ricchi, come propone Luca di Montezemolo, “benedetto” nella sua nuova veste di aspirante leader dell’opinione pubblica, se non dell’elettorato.

Fiat, insomma, non fa passi indietro: le novità sulla “libertà di licenziare” previsti dalla manovra che promuove il modello Pomigliano non sono un regalo alla Fiat, bensì un primo, timido passo per riallinearsi agli standard internazionali. Ci vorranno ben altri interventi per spezzare un ciclo vizioso che da decenni fa della Fiat e delle poche altre multinazionali nostrane un bersaglio politico, favorendo il nanismo delle piccole imprese che penalizza la produttività. Il Lingotto, nel frattempo, non può aspettare: lo impone il rispetto degli azionisti, ma ancor di più la necessità di sopravvivere in una sfida che si annuncia decisiva per la sua stessa sopravvivenza.


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