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MANOVRA/ Fortis: l’allarme di Confcommercio? L’aumento dell’Iva non provocherà disastri

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

Chiarito come l’Italia abbia un problema di lungo periodo, ma non particolarmente dissimile rispetto a quello di altri Paesi, spiega: «ci troviamo di fronte ad una popolazione che non ha la tendenza a indebitarsi né la propensione al rischio e all’eccesso di spesa dei Paesi anglosassoni; per lo più siamo in una crisi mondiale con incertezze di ogni tipo e finanziarie che si abbatteranno sui conti domestici con tasse e prelievi. Quindi, è verosimile che si possa verificare una situazione di stabilità dei consumi». L’impatto dell’aumento dell’Iva ci sarà, certo. Tuttavia, «non modificherà, sostanzialmente, la linea di fondo che mi sembra abbastanza depressa». Fortis è convinto che le previsioni di Confcommercio non siano dotate della necessaria fondatezza. «Per fare queste analisi è necessario effettuare simulazioni econometriche molto accurate e complicate; l’ultimo istituto a fare un’operazione del genere è stato Prometeia, nel suo rapporto di luglio. Aveva immaginato una manovra di rilancio del prodotto interno lordo basata sull’aumento dell’Iva pari ad un punto di Pil (circa 15 miliardi)». E un rialzo atto a garantire entrate pari a un punto di Pil, è molto superiore ad un +1% di Iva.

«Tali maggiori entrate sarebbero dovute servire, nella proiezione, a ridurre gli oneri contributivi delle imprese, abbattendo così il costo del lavoro e generando maggiore competitività, specialmente per le imprese esportatrici». Certo, la proiezione si basava sui dati a disposizione allora; «ora – dice Fortis -, con una duplice manovra ancora più depressiva, probabilmente lo studio di Prometea andrebbe rivisto». Resta il fatto che le conclusioni di fondo rimarrebbero invariate. «Con un aumento dell’Iva di un punto di Pil, il primo anno si sarebbe verificato un leggero calo del Pil pari allo 0,3%, il secondo anno la crescita sarebbe stata uguale a zero, mentre il terzo e il quarto si sarebbe materializzata - per effetto dell’abbassamento strutturale del costo del lavoro, per la maggiore competitività, la dinamica dell’export in crescita e le maggiore occupazione - una crescita dello 0,4-0,5% in più rispetto allo scenario di base». In sostanza: «in un primo momento, la riduzione dei consumi sarebbe stata - ed è tuttora - molto probabile. Ma sarebbe stata compensata dalla riduzione del costo del lavoro che avrebbe portato, a regime, ad un aumento del Pil dell’1,4% annuale».

 

(Paolo Nessi)

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