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FINANZA/ E ora Usa e Ue hanno abbandonato la “globalizzazione”

Il 27 luglio è stato presentato il World Trade Report 2011, un volume  che dimostra quanto la frammentazione del commercio sia arrivata a un punto insostenibile. Ce ne parla GIUSEPPE PENNISI

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Nel disinteresse della stampa europea (presa dai problemi di finanza internazionale e del debito sovrano dei singoli paesi) è stato presentato il 27 luglio a Bankgok il World Trade Report 2011, un volume compendioso e difficile da digerire, anche in quanto i sunti prodotti dall’Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto) sono anche essi ampi e di non facile lettura per coloro che, almeno una volta nella vita, non sono stati barracuda-esperti di commercio internazionale.

Dall’analisi del documento si trae un quadro sconfortante: stiamo tornando a una frammentazione del commercio mondiale analoga a quella che ha caratterizzato il periodo tra le due guerre mondiali (quando, tuttavia, il combinato disposto di controlli valutari unilaterali e fluttuazioni tra monete aveva, nel complesso, l’effetto di temperarne gli effetti depressivi sulla crescita mondiale).

All’origine del groviglio non ci sono misure protezionistiche dei singoli paesi o delle singole aree commerciali, ma un reticolo di circa 300 accordi preferenziali “approfonditi” (in quanto spesso riguardano non solo dazi, tariffe e quel po’ che è rimasto di contingenti, ma anche regolazione in materia di scambi di servizi bancari e assicurativi, nonché telecomunicazioni e di altri comparti ad alta tecnologia). In gergo, vengono chiamati “Deep preferential trade agreements” (Dpta).

Mediamente ciascun Stato membro dell’Omc/Wto ha sottoscritto 13 Dpta; l’area dove sono più diffusi è il sud-est asiatico, dove i Pdta vengono visti come parte di un percorso per giungere, nell’arco di un decennio, a una zona di libero scambio nella regione. L’economista giordano Adbul Latif Salleh, non associato all’OmC/Wto, ha pubblicato di recente uno studio in cui dimostra come i Dpta (di cui è un entusiasta proponente) abbiano facilitato l’industria elettronica di numerosi paesi asiatici sotto il profilo sia della produzione, sia dell’innovazione. Uno dei “maestri” della teoria del commercio internazionale, Jagdish Bhagwati (della Columbia University di New York) ha invece pubblicato su un centinaio di testate il 26 luglio (ossia la vigilia della presentazione del documento), un articolo per sostenere che i Dpta sono “il modo sbagliato” per liberalizzare il commercio.

Dato che, come si è visto, tutti gli stati membri dell’Omc/Wto sono coinvolti, in vario modo, in Dpta, il documento prende una posizione pilatesca, ossia tenta di lavarsi le mani spiegando i pregi (i Dpta come risultato dei cambiamenti della struttura mondiale di produzione e come veicolo contro protezionismi ancora peggiori) e i difetti (distorsioni commerciali di vario tipo) degli accordi senza prendere una chiara posizione in materia. Il Direttore generale dell’Omc/Wto, il francese Pascal Lamy (a lungo Capo di Gabinetto di Jacques Delors) scansa il nodo di fondo: la coerenza e la compatibilità dei Dpta con i principi della reciprocità e non discriminazione alla base della liberalizzazione del commercio mondiale.


COMMENTI
03/08/2011 - il nodo della questione (Fabrizio Terruzzi)

il nodo della questione a me sembra un altro: non ha senso che alcuni paesi/aree siano in deficit commerciale e altri in attivo, cronicamente e magari anche in modo crescente. Prima o poi si generano squilibri tanto profondi da provocare un riequilibrio drammatico e profondo, non solo fra gli stati ma anche al loro interno. Va bene la globalizzazione ma regolata e controllata non selvaggia come sta accadendo. Quali siano gli strumenti veda un po' chi di dovere.