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MANOVRA/ 1. Tre domande senza risposta che non piacciono ai mercati

Pubblicazione:mercoledì 31 agosto 2011

Giulio Tremonti e Roberto Calderoli Giulio Tremonti e Roberto Calderoli

Per deformazione professionale, avendo vissuto per circa 20 anni all’estero e passati 24 tra varie organizzazioni internazionali (soprattutto Banca mondiale), la prima domanda che mi sono chiesto quando ho letto lo scarno comunicato di “Arcore” (ormai diventata il Palazzo Chigi del Nord al pari della villa di Nixon in California e del ranch Bush in Texas, assunte, in diverse fasi, a “Casa Bianca” della Costa Occidentale e del “Gigante” - nome in gergo del Texas) è quale è l’“anima della manovra”?

Pare un linguaggio vecchio, da Anni Sessanta, quando in convegni e sui giornali ci si chiedeva quale fosse l’“anima” (ossia il senso più riposto) di questa o di quella misura di politica economica. Eppure, basta scorrere il settimanale on-line della Cowles Foundation, per rendersi conto come nel resto del mondo è proprio “l’anima” delle politiche economiche e come viene percepito dagli agenti economici (individui, famiglie, imprese, pubblica amministrazione, politici, resto del mondo) quel quid che tramite la teoria economica dell’informazione e la neuro-economia più si cerca di scandagliare poiché più incide sui mercati. Lunghi elenchi di saggi accademici possono essere portati a sostegno di questa ipotesi. In effetti, politiche economiche le cui “anime” non sono percepite come intendono coloro che le hanno concepite molto raramente danno i risultati sperati.

Nel caso in oggetto, ciò è tanto più importante in quanto si tratta di una manovra-ter in meno di un mese (per la terza volta attuata in condizioni d’emergenza e con lo spettro di un aumento del differenziale tra i nostri tassi d’interesse e quelli dei migliori emittenti sovrani dell’area dell’euro). Gli osservatori stranieri sono, naturalmente, disorientati: misure che sino a ieri sembravano essenziali (come il contributo di solidarietà) sono sparite, altre nei cui confronti era stato eretto un muro (la rivisitazione delle pensioni d’anzianità) sono ora uno dei pilastri della strategia; non si comprende (come ha ben detto Luigi Campiglio) se e dove sono gli elementi che incidono sulle strutture dell’economia; soprattutto non si vede neanche come si cerca di affrontare il problema centrale “congiunturale” (nel senso che al termine danno i tedeschi- ossia immediato) dell’Italia - la disoccupazione dei giovani.


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COMMENTI
31/08/2011 - Brioches (Vittorio Cionini)

Caro Signor Cesarini, evocando lo "stato di diritto" Lei mi fa tornere alla mente la famosa nobildonna francese che al popolo in rivolta per la mancanza di pane suggeriva di mangiare le brioches. Lei si illude ancora che nella situazione tragica in cui ci siamo infilati (tutti nel mondo!) ci si possa ancora permettere il lusso di parlare di "diritti"? Si Signor Cesarini i "diritti" sono un lusso che una società deve conquistare e mantenere con fatica, sudore e serietà giorno per giorno per generazioni educando i figli al sacrificio e alla lotta dura. Purtroppo quando si è costruito sul nulla (o peggio ancora sull'illecito) e ci si è abituati ad avere tutto "premendo un bottone" la ricerca di soluzioni "congiunturali" porta solo al ridicolo balletto di inutili dichiarazioni a vanvera cui assistiamo quotidianamente sui mezzi di informazione. In medicina si chiama "marasma" e precede di poco il decesso. Auguri a tutti

 
31/08/2011 - le nostre più illustri menti (Fabrizio Terruzzi)

Cesarini ha perfettamente ragione. Le regole (per andare in pensione) si cambiano per tutti ma non certo solo per quelli che a suo tempo hanno riscattato laurea e servizio militare in base ad una legge dello stato. In uno stato di diritto pacta sunt servanda e sinceramente spaventa come questo principio elementare di uno stato democratico sia calpestato all'occorrenza sia a destra che a sinistra (vedi la proposta di ritassare i capitali scudati). Spaventa forse ancora di più constatare come le nostre più illustri menti politiche, giuridiche e civili non abbiano avuto niente, ma proprio niente, da eccepire in proposito.

 
31/08/2011 - pensioni di anzianità (Giuliano Cesarini)

E' possibile che con la speranza di vita che si allunga, lavorare per "soli" 40 anni sia ormai non più sostenibile. Tuttavia, il riscatto degli anni di università non è gratuto ma a pagamento. Al momento in cui ho effettuato il riscatto ho scelto in base a due alternative che avevo di fronte: a)pagare una certa seomma per avere il diritto di andare in pensione 4 anni prima; b)non pagare nulla ed andare in pensione senza l'anticipo dei 4 anni. La manovra ha cambiato ex post gli elementi in base ai quali ho fatto la scelta pagando le somme dovute. Se sono cambiate le regole e lo scenario in base al quale lo stato mi ha consentito una scelta, occorrre che lo stato mi permetta di riformulare la scelta operata ed in caso di revoca dell'opzione, mi restituisca le somme versate maggiorate degli interessi legali. Credo che questo si chiami "stato di diritto". E anche sul servizio militare ho da ridire. Ho fatto l'ufficiale nel corpo della Guardia di Finanza e, quindi, ho lavorato per lo stato per 15 mesi senza versamento di contributi. Per quale motivo quel periodo non può più essere considerato "lavoro"? Giuliano Cesarini