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Economia e Finanza

FINANZA/ Una nuova recessione bussa alle porte dei mercati

Mentre negli ultimi giorni i mercati stanno annaspando tra le difficoltà dei debiti sovrani, qualcosa di peggio potrebbe arrivare l’anno prossimo, come spiega MAURO BOTTARELLI

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«I mercati sono come orologi rotti, segnano l’ora esatta solo due volte al giorno». Così parlò Silvio Berlusconi, il quale allora non si sa perché abbia quotato le sue aziende, visto che con certe convinzioni in testa avrebbe fatto bene a seguire l’esempio della Ferrero, azienda leader nel suo settore e sanissima, il cui patron ha sempre detto no a Piazza Affari. Fatti suoi, poco ci interessa.

Quello che mi sta a cuore è sfatare da subito, stroncare sul nascere la vulgata in base alla quale i mercati siano completamente svincolati dai fondamentali economici e intenti a proiettare un’immagine del mondo che non è quella reale, ma solo quella che fa comodo alle sale trading e alle banche d’affari. Balle. Nelle ultime settimane, i mercati stanno solo prezzando un rischio che è figlio legittimo della prima crisi finanziaria, anzi del periodo immediatamente precedente che vedeva tutti convinti del fatto che il famoso big bang dei mercati non sarebbe mai arrivato, che i soldi facili ci sarebbero sempre stati.

Invece, il 15 settembre 2008, come tutti sappiamo, il big bang arrivò. I mercati hanno suonato con violenza la sveglia al mondo, ricordandogli quanto segue e quanto scritto nel 2010 dall’esperto del mercato obbligazionario di Moody’s, Kevin Cassidy, il quale avvertì con anticipo non sospetto che «una valanga di titoli viene a scadenza nel 2012 e ci travolgerà, se le aziende non si premuniscono in anticipo». Insomma, se non si interviene subito una nuova recessione globale è alle porte.

Ed ecco perché, sempre con molto anticipo, un anno e mezzo fa Moody’s annunciò la decisione di «avvicinare sostanzialmente» la revisione del rating AAA sul debito sovrano delle nazioni più ricche d’Occidente, inclusi Stati Uniti e Germania. Detto fatto, venerdì scorso l’America ha detto addio ad una delle sue tre A. E il debito Usa è tale da meritare anche di peggio di un AA+, visto che il rapporto debito/Pil del 98% degli Usa non comprende come in Europa il debito di tutte le pubbliche amministrazioni, ma solo quello federale e che utilizzando un criterio di valutazione europeo, il debito pubblico americano sarebbe già oggi al 118%.

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