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FINANZA/ Una nuova recessione bussa alle porte dei mercati

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Il perché dell’ennesima entrata a gamba tesa della Germania è presto detto, visto che ieri il Dax ha ufficialmente raggiunto l’indice dello Shanghai Composite, ovvero la Cina, nel club della correzione dei corsi del 20%, solo a un passo da quel 25% di correzione che gli analisti più avveduti vedono come punto di non ritorno che rende inevitabile il terzo round di quantitative easing da parte della Fed, il cui comitato monetario - come anticipato - si riunisce oggi pomeriggio. Si ricomincerà a stampare denaro?

Una sola cosa è certa: stiamo per affrontare il rischio di una recessione double-dip senza più parabordi, senza assorbitori di shock visto che praticamente tutte le opzioni sono già state messe (inutilmente) in campo. I tassi d’interesse sono praticamente a zero ovunque nell’area Ocse, i deficit fiscali sono stati stirati fino al limite di sicurezza, la Cina ha già spinto il credito oltre il 200% del Pil. Insomma, il rischio è quello di un nuovo 1931. La Banca per i regolamenti internazionali, la scorsa settimana, lo ha detto chiaro e tondo: le economie si stanno spingendo oltre il limite di un modello che dipende unicamente da stimoli artificiali al fine di rubare un po’ di extra prosperità dal futuro.

Ma nonostante la messe di dati della giornata di ieri, solo due sono davvero importanti per capire cosa ci aspetta all’orizzonte. Primo, l’oro oltre quota 1700 dollari l’oncia, segnale che la crisi è globale e non limitata al campetto di periferia del mercato obbligazionario italiano. Secondo, i cds delle principali banche americane, vero motore dell’apertura da incubo di Wall Street, molto più del downgrade tutto politico di Standard&Poor’s (avete avuto notizia di sell-off di Treasuries o di rendimenti dei T-Bills alle stelle, per caso? Con tutto il rispetto, il mercato obbligazionario Usa resta il più grande, liquido e sicuro e nessuno vende buoni del Tesoro Usa per passare a obbligazioni svedesi, solo perché Stoccolma ha ancora la tripla A).

Il credit default swaps di Bank of America è salito al livello più alto dal giugno 2009, toccando quota 235 punti base dopo un picco del +10% overnight. Con il titolo che passa di mano a circa 7 dollari per azioni, il rischio è che il QE3 in gestazione si sostanzierà in un Tarp 2 che porti la banca a uno split up formale, con Countrywide trasformata in bad bank e destinata a un finanziamento/salvataggio da parte della Fed. Ma non solo: il cds di Goldman Sachs è salito di 17 punti base a 183, quello di Wells Fargo di 10 punti base a 120 e quello di Morgan Stanley di 22,9 punti base a quota 221,6.

Il rischio, quello vero, sta tornando a casa, da dove è partito. Il timore è che il terzo anniversario del crollo di Lehman Brothers veda qualcuno andare a fargli compagnia. La geniale strategia della Bce è durata un paio d’ore, ora la parola passa chi davvero tira i fili, nonostante il downgrade: la Fed.

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