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Economia e Finanza

GEOFINANZA/ Così Usa e Germania avvicinano l’Italia alla Grecia

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E non venite a dirmi che è compito di politici e regolatori non spargere il panico tra i cittadini e sui mercati, visto che questi ultimi quale sia la gravità della situazione lo sanno benissimo e la prezzano ogni giorno, mentre i primi non sono bambini stupidi da ammansire, visto che si sta giocando con il loro futuro. Sarò fatto male, ma per impostazione intellettuale ritengo che dire a un malato di cancro ai polmoni che ha solo una brutta bronchite lo alleggerirà a livello di spirito, ma a lungo andare - e nemmeno troppo a lungo - lo ammazzerà. Io preferisco una disperazione consapevole che porti alla ricerca della cura piuttosto che la negazione infantile del male. E la verità è che Societe Generale ha perso il 55% dallo scorso 15 giugno, Credit Agricole il 45% e Bnp Paribas il 42% contro una media del 30% dei 46 istituti bancari tracciati dal Bloomberg Europe Banks and Financial Services Index.

E occorre ricordare che se la finanza si basa sempre sul valore relativo, il fixing a 3 mesi del Libor in dollari di Credit Agricole è salito al massimo tra le banche appartenenti al BBA, quindi si appresta a diventare a nuova preda insieme a Dexia. Ecco perché chiedo, seduta stante, le dimissioni di Christine Lagarde da capo del Fondo monetario internazionale. A fronte di un monito non giusto ma sacrosanto e a cifre inoppugnabili di questo livello, non è accettabile che il numero uno del Fmi al G7 operi una marcia indietro indecorosa solo per pressioni politiche interne, visto che le banche nel mirino sono francesi proprio come la Lagarde.

«Le cifre del Fmi sulla necessità di capitale per le banche europee, stimata in 200 miliardi di euro e che avevano causato i malumori di alcuni paesi del Vecchio Continente, sono state male interpretate»: così parlò l’ex ministro delle Finanze transalpino al termine del vertice G7, rilevando come «non si è trattato di uno stress test e non esprime la necessità di capitale delle banche Ue». Per la Lagarde, «è possibile che ci siano dissensi con i partner europei, ma in tal caso li avremmo espressi».

Il segretario ha annunciato la pubblicazione della bozza di un rapporto entro settembre per discutere sulla metodologia di calcolo, a fronte dei guaiti della Germania, la quale aveva lamentato come la cifra determinata dal Fmi provocasse incomprensioni sui mercati finanziari e fosse frutto di un’errata considerazione: larga parte dei capitali in questione non sarebbero infatti nei trading book delle banche, ma nei banking book, dove rimangono fino a maturazione.

Insomma, quei simpatici intransigenti dei tedeschi vogliono permettere alle loro banche di continuare a contabilizzare le detenzioni obbligazionarie di paesi a rischio nei bilanci al valore facciale dell’atto di acquisto e non al mark-to-market, ovvero all’attuale valore di mercato che è pari allo zero (chissà cosa pensa al riguardo l’inflessibile Jurgen Stark). Poi, chiamatemi pure paranoico, ma io sono rimasto molto perplesso leggendo un passaggio del comunicato finale del G7: «Le banche centrali restano pronte a fornire liquidità alla banche se richiesto. Daremo seguito a tutte le azioni necessarie per assicurare la capacità di recupero del sistema bancario e dei mercati finanziari». Chi sono queste banche potenzialmente a corto di liquidità?

Certamente non sono americane, visto che Oltreoceano gli istituti sono seduti su una montagna di riserve in eccesso (fatta salva Bank of America): il G7, quindi, ci ha anticipato una crisi di liquidità nel sistema bancario europeo? Forse è per questo che l’oro sta dando colpi di coda come un pesce fuor d’acqua? Tant’è. Ciò che non è emerso dal vertice di Marsiglia, però, è che venerdì prossimo proprio il Fmi riattiverà per altri sei mesi il programma Nab (New Agreement to Borrow) da 580 miliardi di dollari, rete di salvataggio di ultima istanza in caso di peggioramento della crisi dei debiti sovrani.