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GEOFINANZA/ Così Usa e Germania avvicinano l’Italia alla Grecia

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Un qualcosa che molti leggono come default greco alle porte, visto che nello statuto del Fmi il Nab è attivabile solo «temporaneamente e quando necessario per affrontare una minaccia al sistema monetario internazionale». Il Fmi decise l’attivazione precauzionale del programma lo scorso aprile per un periodo di sei mesi a fonte dello stallo europeo sull’attivazione del fondo Efsf, ma si dà per certo che, alla riunione di venerdì prossimo a Washington, si voterà formalmente per la sua prosecuzione. Peccato che a oggi nessuno dei grandi contributori del Fmi abbia attivato i procedimenti legali necessari - leggi voti parlamentari - per l’aumento formale della quota, quindi gli Usa potrebbero ritrovarsi a dover aprire un contenzioso legale una volta che la Grecia fallita utilizzerà i dollari promessi dagli Usa al Fmi, senza un collaterale a garanzia che questi vengano ripagati. Oppure, cosa molto più probabile, gli Usa si rimangeranno la parola data - così come Cina e Germania - e non cacceranno un solo dollaro supplementare, portando la Grecia finalmente al default, ma mettendo a rischio l’intero sistema.

A oggi, infatti, solo 17 dei 187 paesi membri hanno dato il via libera formale all’incremento di risorse, ma non gli Usa, la Cina e la Germania (i maggiori contributori) e senza l’operazione di extra-finanziamento, il Fmi può contare solo su 60 miliardi di dollari di fondo operativo di intervento. Ecco spiegata, forse, la scelta tedesca di dar vita a un piano B in caso di default di Atene e il fatto che, entro pochi mesi, il mondo intero conoscerà uno shake up globale senza precedenti e la Fed darà vita a un Qe3 di dimensione mai viste. Lo dico da mesi e mesi, tra accuse di catastrofismo e sarcasmo degno di miglior causa, ora è davanti ai vostri occhi.


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