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FINANZA/ Ecco perché la Cina non vuol salvare l’Italia

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Wen Jiabao e Silvio Berlusconi (Foto Ansa)  Wen Jiabao e Silvio Berlusconi (Foto Ansa)

Ecco la prova. «La domanda di titoli di Stato italiani tiene. Non abbiamo richiesto alcun aiuto particolare alla Cina». Così, in una nota, il sottosegretario all’Economia, Antonio Gentile, martedì pomeriggio ha cercato di sgombrare del tutto il campo dalle indiscrezioni rilanciate nella serata di lunedì dal Financial Times, in base alle quali il Tesoro italiano starebbe trattando con Pechino per sostanziosi acquisti di titoli di Stato e quote azionarie in aziende partecipate dallo Stato. E che la Cina non fosse intervenuta lo si è capito benissimo all’asta di Btp a cinque anni di ieri mattina, anticipata da un picco dello spread tra titoli italiani e tedeschi con quella scadenza, salito a 447 punti base mentre, nelle stesse ore, il decennale sfondava quota 400. Detto fatto, per piazzare sul mercato 3,864 miliardi di euro di buoni con scadenza al 15 settembre 2016, il Tesoro ha dovuto pagare un rendimento del 5,6% dal 4,93% dell’asta precedente di luglio.

E nonostante il Tesoro abbia collocato quasi il massimo del debito previsto per quest’asta, nonostante il tasso pagato, il rapporto di copertura che mette a confronto domanda e offerta è sceso a 1,28 da 1,93 dello scorso 14 luglio. E a confermare la febbre greca che sta contagiando il nostro Paese, ci ha pensato anche il livello del nostro cds sovrano, schizzato al record di 522 punti, +16 punti rispetto a lunedì. In compenso, sempre martedì, il Tesoro ha sì confermato che il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha incontrato il 6 settembre scorso una delegazione cinese guidata dal presidente della China Investment Corporation, Lou Jiwei, ma fonti ben informate hanno sottolineato come gli argomenti trattati abbiano riguardato solo investimenti industriali, mentre non si sarebbe parlato affatto di titoli di Stato, né tantomeno dell’impegno di Pechino per arrivare al controllo di circa il 4% del debito pubblico italiano.

«La Cina continuerà ad aumentare i suoi investimenti in Europa, perché fiduciosa nella capacità del Vecchio Continente di riprendersi e crescere», ha dichiarato ieri il premier cinese, Wen Jiabao, in apertura della sessione estiva del Forum di Davos, che si svolge a Dalian, nel nord-est della Cina. «La Cina crede che l’economia europea possa riprendersi», ha spiegato il premier cinese, pur chiedendo ai Paesi europei di «ridurre il debito» e auspicando «che i leader europei e i dirigenti dei principali paesi europei delineino con coraggio le loro relazioni future con la Cina da un punto di vista strategico».

Con queste parole, Wen ha fatto riferimento alla richiesta della Cina di vedersi accordato lo statuto di “economia di mercato” da parte dell’Unione europea, che invece ha stimato finora che non fossero raggiunte le condizioni. In tutta onestà, non ho nulla contro l’eleggibilità dell’economia cinese a economia di mercato: nei fatti, lo è. Certo, restano problemi riguardo i diritti umani e dei lavoratori, nessuno lo nega, ma questi sussistono anche per le multinazionali Usa ed europee, le quali sfruttano i lavoratori nel sud-est asiatico invece che a casa loro, ma compiono comunque violazioni e dumping, visto che vendono scarpe e pantaloni fatti da operai pagati un dollaro al giorno come se fossero opera di lavoratori tutelati e con salari decenti.

Inoltre, mi fa ridere l’accusa di manipolazione dei mercati che si muove alla Cina a causa della mancata rivalutazione dello yuan: scusate, i due cicli di QE della Fed, cosa sono stati? Non è manipolazione bella e buona stampare dollari in cantina per acquistare bonds spazzatura dalle banche, fornendo loro così soldi freschi perché mantengano in vita artificialmente Wall Street? Siamo seri e non facciamo gli ipocriti, per favore. La Cina fa schifo a targhe alterne, visto che ci si ricorda dei diritti umani e del Tibet quando fa comodo, ma se Pechino si fa carico di detenere debito pubblico, gli Usa in testa stanno belli zitti e se ne fregano di Dalai Lama e soci. Così è anche per l’Europa, nessuna distinzione.


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